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Sergio Maistrello: conta solo il talento

PARLA MAISTRELLO | di Fabio Germani
di Fabio Germani

Si potrebbe citare il caso del radioamatore olandese che su Twitter si è a lungo impegnato a trascrivere in 140 caratteri tutte le informazioni sulle operazioni in Libia che riusciva a captare. Oppure potremmo parlare di Andy Carvin, responsabile social media della Npr, il quale, da quando sono scoppiate le proteste in nordafrica, tiene aggiornati a colpi di “retweet” i suoi numerosi follower sulle manifestazioni di piazza e sugli avvenimenti che si susseguono di volta in volta. Sono due figure diverse, certo, ma entrambe figlie di un nuovo modo di fare giornalismo. “Siamo di fronte a un nuovo modo di essere cittadini, più che altro”, risponde invece Sergio Maistrello, professore di Giornalismo e nuovi media all’università di Trieste nonché coordinatore editoriale di Apogeonline. Secondo Maistrello “condividiamo tutti, ovunque, un portentoso sistema operativo per i contenuti e le relazioni”. Dunque “ognuno può influire nel suo piccolo nel sistema, ogni nodo può produrre innovazione. Il giornalismo ne viene investito di conseguenza. Chiunque può compiere quelli che Gillmor chiama ‘atti di giornalismo’ anche senza essere titolato a farlo, chiunque può partecipare al rilancio, al miglioramento e alla riorganizzazione dell’informazione”.
Eppure c’è chi continua a storcere la bocca al solo pensiero che il giornalismo possa trovare un suo naturale sbocco sul web piuttosto che sui canali tradizionali. Maistrello, autore di svariati libri sul tema dei nuovi media, ne ha per tutti: “Non esiste un giornalismo in rete e uno fuori dalla rete, esiste il giornalismo, che è una professione complessa con molti luoghi, ambiti, tecnologie, pratiche, finalità differenti. Se intendiamo internet non come un canale aggiuntivo per il rilancio dei contenuti, ma come un ecosistema che comprende e mette a sistema tutto, allora queste distinzioni cessano di essere rilevanti. Ovviamente questo è il mondo ideale, dal quale soprattutto i giornalisti italiani sono in media molto lontani. È curioso che chi per professione è deputato a conoscere e riportare che cosa sta accadendo manchi proprio la novità che lo riguarda da vicino e continui a fare finta di niente. Sento parlare, nel 2011, di competizione sleale da parte di internet alla carta stampata, direi c’è ancora molto da fare”.

Ma a questo punto viene spontaneo chiedersi cosa distingue un professionista dell’informazione da un semplice fruitore della rete dedito alla produzione e al rilancio di news. “Le abilità tecniche e cognitive sono ormai sostanzialmente le stesse – osserva Maistrello –. Quello che dovrebbe rendere ancora necessaria la funzione di un professionista dell’informazione, secondo me, è l’organizzazione non improvvisata, la stabilità del suo impegno, auspicabilmente una preparazione culturale molto affidabile e una specializzazione che lo renda capace di comprendere scenari complessi in tempi compatibili con il ritmo delle nostre giornate sempre più frenetiche”. È innegabile, inoltre, che la professionalità pretenda la monetizzazione del lavoro svolto in rete. A detta del professore e giornalista “siamo ancora lontani dal capire quale sarà il modello economico perfetto, ma credo anche che la monetizzazione tornerà a essere una funzione diretta e imprescindibile della qualità. Non una qualità generica – prosegue –, ma la capacità di essere, nel proprio (micro)campo, colui che offre l’informazione più aggiornata, più approfondita, più contestualizzata. Il valore, soprattutto in rete, sta nelle nicchie, non nella copertura generalista e nell’inseguimento dello scoop. L’informazione in rete è un flusso: vince non soltanto chi è capace di far scorrere più velocemente questo liquido, ma soprattutto chi sa fornire strumenti di orientamento e comprensione dinamica di questo flusso. Vince chi possiede il contesto e si assume la responsabilità di renderlo accessibile anche agli altri”.

Nelle ultime settimane T-Mag ha intervistato i direttori dei quotidiani online più conosciuti: Luca Sofri (il Post), Paolo Madron (Lettera43) e Jacopo Tondelli (Linkiesta). Il mercato dell’editoria su web, afferma a tale proposito Maistrello, “sta facendo il suo eroico passaggio dal medioevo alla modernità, con tutte le difficoltà di un paese che nell’epoca delle reti preferisce investire nel digitale terrestre e che a causa delle mancanze dei grandi giornali e telegiornali si è abituato a considerare l’infotainment un’alternativa auspicabile. L’Italia sconta una immaturità sostanziale nell’ambito della cultura digitale e questo rende la vita di chi prova a innovare, nell’informatica come nella comunicazione, molto più complicata del necessario. Dunque chi ci prova è degno di riconoscenza a prescindere”. Maistrello non nega la sua preferenza: “A me piace in modo particolare il Post, soprattutto per il lavoro di ecologia del linguaggio e dell’informazione che porta avanti, che oggi, nel giornalismo, sta diventando la vera innovazione: tornare ai fatti e raccontarli con pacatezza, precisione e rispetto”.

 

1 Commento per “Sergio Maistrello: conta solo il talento”

  1. […] sono i luoghi a cambiare, ma non la professione in sé. Come ci spiegò Sergio Maistrello in un’intervista, “non esiste un giornalismo in rete e uno fuori dalla rete, esiste il giornalismo, che è una […]

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