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LA CRISI? FACITE AMMUINA

di Carlo Buttaroni

di Carlo Buttaroni

All’ordine Facite Ammuina: tutti chilli che stanno a prora vann’ a poppa e chilli che stann’ a poppa vann’ a prora: chilli che stann’ a dritta vann’ a sinistra e chilli che stanno a sinistra vann’ a dritta: tutti chilli che stanno abbascio vann’ ncoppa e chilli che stanno ncoppa vann’ bascio passann’ tutti p’o stesso pertuso: chi nun tene nient’ a ffà, s’ aremeni a ‘cca e a ‘ll à”.

Tremonti e Berlusconi giustificano la manovra-bis dicendo che in una settimana tutto è cambiato e tutto è precipitato. In realtà tutto è cambiato con il crac dei mutui subprime, con la crisi finanziaria che ha messo alle corde l’economia del pianeta, con l’implosione della produzione, con la recessione, con la crisi dei consumi, con il crac del debito irlandese e greco, con l’aumento della disoccupazione, con la chiusura delle fabbriche e con altri drammatici segnali, invisibili solo a chi non voleva vedere.
Non aver capito per tempo che tutto stava cambiando e tutto stava precipitando è la colpa grave di questo governo. A lungo il Presidente del Consiglio ha negato la crisi, poi l’ha ridimensionata, infine l’ha sottovalutata nella sua drammaticità. E mentre l’Europa ci mandava segnali preoccupati e preoccupanti l’ordine era: facite ammuina. I nostri conti non erano in ordine. Non lo sono nemmeno adesso e non lo saranno a lungo con un debito pubblico che pesa 1.900 miliardi di euro. Il nostro, tanto per chiarire, è un Paese dove ogni bambino, appena nasce, riceve una cambiale da 31 mila euro, fatta di debiti contratti dalle generazioni precedenti.
Non avevamo e non abbiamo i mezzi economici per far fronte alla tempesta che attraversa gli USA e l’Europa, la nostra economia è fragile e provata, i consumi al minimo. Abbiamo una fascia di povertà sempre più ampia che trascina un italiano su dieci nel baratro dell’indigenza. Eppure a lungo tutto è stato sottaciuto, con un misto di arroganza e imperizia che sconcerta. Serviva una manovra di questa entità economica? Nelle cifre complessive serviva, ma con un anno di anticipo. O almeno serviva farla a giugno, come chiedevano Napolitano, l’Europa e i mercati. Ancora due mesi fa il governo ha giocato al minimo, con una finanziaria a “babbo morto”, quasi tutta a carico degli enti locali e di un governo prossimo venturo. Oggi Berlusconi e Tremonti (più il secondo del primo) sono dovuti correre ai ripari. Ma il rischio è che “oggi” sia già troppo tardi. Forse la manovra non è più sufficiente a placare la fame di quel mostro divora-vite che è diventata la finanza senza regole del mondo globalizzato. Lo vedremo nei prossimi giorni e lungo quello che si preannuncia l’autunno più caldo della nostra Repubblica.
E se nelle pure e fredde cifre quantitative l’entità della manovra è appena sufficiente, è decisamente negativa nella scelte di merito che sono state fatte e su chi deve pagare il conto. Tanto per darle un nome è una manovra “difensiva”, che poco concede allo sviluppo e a una ripresa dei consumi, che semmai rischiano di essere compressi oltremisura. Le entrate previste dalla manovra derivano dalla crescita della pressione fiscale che sarà a carico delle fasce più deboli. La tassa, che con un eufemismo il governo ha chiamato di solidarietà, a carico delle fasce di reddito più alte, è risibile quanto è inconsistente, mentre il taglio dei trasferimenti delle risorse agli enti locali, non è risparmio della spesa pubblica, ma un prelievo mascherato e iniquo dalle tasche dei cittadini. Dall’anno prossimo (o forse già da settembre) scuole, trasporti, assistenza, sanità, istruzione, tutto costerà di più, con un carico diretto sulle fasce più deboli della popolazione. Più tasse meno servizi, è stato il lapidario commento di Italo Bocchino che ha ben fotografato la situazione. L’innesco può essere devastante se la conseguenza sarà una nuova accelerata sulla crisi dei consumi interni. Serviva altro, ma occorreva coraggio. Serviva una manovra che, solidarietà o meno, mettesse a riparo le fasce sociali più deboli andando a incidere, anche duramente, sui redditi elevati e sui molti furbi che abitano il nostro Paese. Tanto per dire: la tracciabilità evocata per stanare gli evasori è poca cosa ed è aggirabile anche da un bambino, mentre l’accanimento sugli scontrini dei negozianti è un provvedimento più di facciata che di sostanza.
Bisognava trovare le risorse negli enormi accumuli di capitale immobilizzato per rimetterlo nel sistema Italia, avviando un processo virtuoso. Però bisognava fare pace con due parole, tasse e progressività. Cioè: chi ha di più paga di più, anche per chi ha poco o nulla. Si è scelto di fare l’opposto. Ancora una volta l’ordine è stato di fare “ammuina”. Il conto lo pagheranno regioni e comuni, a cui è stato passato il cerino, e sarà salatissimo.
Ha ragione Berlusconi: è una manovra che gronda sangue. Ma è il sangue innocente di chi vive nella periferia sociale, dei giovani e degli anziani, delle famiglie a medio e basso reddito, delle piccole e medie imprese che costellano il nostro Paese e che costituiscono l’ossatura della nostra economia. Su loro grava il peso di questa manovra, che forse salverà le ferie ferragostane dei padroni delle ferriere della finanza, ma che taglia il futuro a milioni di italiani.

 

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