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Un Paese smanioso di crescere, “senza fretta”

di Fabio Germani

Né Fabrizio Saccomanni, né Vittorio Grilli. E neppure Lorenzo Bini Smaghi. Alla fine a spuntarla è stato Ignazio Visco, già vicedirettore di Bankitalia. Ma ciò che resterà di questa “procedura pasticciata” – come l’ha definita il direttore del Corriere della Sera, Ferruccio De Bortoli, nel suo editoriale di giovedì – sarà il parere negativo espresso dal Consiglio superiore per come è stata gestita la designazione del successore di Mario Draghi a Palazzo Koch. E l’ok di Bersani e Casini avvalora tale ipotesi. I due leader di opposizione, infatti, avevano auspicato la scelta di una figura che rispettasse l’autonomia dell’istituto e valorizzasse le competenze interne. In questo senso, non a caso, il nome di Saccomanni (direttore generale di Bankitalia) risultava il più gettonato con tanto di immediato avallo del Colle. Poi si è inserito nella trattativa Giulio Tremonti – il quale ha sempre poco sofferto Draghi – proponendo un uomo a lui vicino, il direttore generale del Tesoro Grilli. La conseguenza è stato l’immediato endorsement della Lega – di Umberto Bossi, per meglio dire – in quanto “milanese”. Tra i papabili, dicevamo, anche Bini Smaghi (ma potremmo citarne altri, da Giuliano Amato ad Anna Maria Tarantola) su pressione di Parigi che mal sopportava l’idea di un italiano di troppo (a proprie spese) nel board della Bce. Così Berlusconi ha preso tempo e per settimane il toto-governatore è andato avanti. “Non c’è fretta”, è stato ripetuto in più occasioni. La stessa mancanza di fretta ravvisata nello slittamento del decreto sviluppo, nell’aria, ma formalmente ufficializzato da Bossi quando ha annunciato che il Cdm non era in programma per venerdì.
Del resto il premier era stato chiaro e con largo anticipo – martedì – aveva avvertito le imprese che lo incalzano da giorni sull’argomento che il varo del decreto avverrà “appena sarà convincente e cioè quando ci sarà un provvedimento che sia di stimolo a sviluppo e crescita”. Come a dire che la bozza presentata l’indomani – che in effetti a una prima lettura non appare granché – deve essere rivista e magari migliorata. Anche perché, era stato spiegato premurosamente, non ci sono i soldi.
Ma un Paese che, ad esempio, perde il 7% del Pil a causa dell’assenza di donne nel mondo del lavoro è un Paese che ha un urgente bisogno di riforme strutturali. È deprecabile anche solo immaginare una siffatta condizione che ci pone ai margini dell’Europa (la Strategia di Lisbona fu un miraggio, almeno per noi) e che, soprattutto, amplia la gravità della fase congiunturale che stiamo attraversando. E ciò che desta preoccupazione è l’inerzia dinanzi alla crisi, al di là del tema in agenda. Che sia la nomina del nuovo governatore della Banca d’Italia o l’approvazione di una misura che miri alla crescita la risposta sarà sempre la stessa: “Non c’è fretta”.

 

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