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La scarsa natalità? Non è colpa dei libri

di Fabio Germani

Sicuramente la strategia è risultata vincente. Un’intera pagina di giornale, Libero per la precisione, per arrivare al nocciolo della questione soltanto all’ultimo quando, ormai stremati dai lambiccamenti su natalità e immigrazione, si coglie il perché di cotanta verve sulle difficoltà a mettere al mondo dei figli.
Una strategia tanto più riuscita dal momento che per un’intera giornata, mercoledì, sempre per la precisione, si è monopolizzata l’attenzione sull’articolo di Camillo Langone dal titolo già di per sé inequivocabile: “Togliete i libri alle donne e torneranno a far figli”. Dopo un lungo discorso sulla Lega, la prole dei migranti e “l’Italia senza frontiere che il presidente della Repubblica vuole imporci a suon di colpetti di Stato”, Langone sviscera qualche numero: 1,32 sono i figli per donna in Italia. La ricetta per superare questa crisi lui la conosce, ma la spiega alla fine. “Non avevo fretta di farmi linciare”, scrive consapevole di ciò che lo avrebbe atteso nelle ore successive.
“La Harvard Kennedy School of Government – è l’assioma di Langone – ha messo nero su bianco che le donne con più educazione e con più competenze sono più facilmente nubili rispetto a donne che non dispongono di quella educazione e di quelle competenze. E il ministro conservatore inglese David Willetts ha avuto il coraggio di far notare che più istruzione superiore femminile si traduce in meno famiglie e meno figli. Il vero fattore fertilizzante è, quindi, la bassa scolarizzazione […]. Così dicono i numeri: non prendetevela con me”.
Lo scrittore è recidivo. Già sul Foglio, un anno fa, sosteneva (via Giornalettismo): “Genitori che avete una figlia in età da università: se volete nipotini che vi tramandino e che la realizzino, risparmiate sulle tasse universitarie e regalatele un bel vestito”.
La ricerca menzionata è senz’altro degna di nota, non abbiamo elementi per credere il contrario. Ma ogni indagine – pane quotidiano per un magazine come il nostro – deve essere analizzata e contestualizzata. Langone, in questo senso, pecca di estrema superficialità. Posto che di storie di mamme colte e in carriera quante ne volete, è bene sottolineare come una società poco inclusiva sia un deterrente alla famiglia. Neanche a farlo apposta, i dati Istat resi noti mercoledì hanno evidenziato un leggero calo della disoccupazione femminile che però mantiene un tasso piuttosto alto (9,4%). Secondo Bankitalia, oltretutto, l’inattività delle donne vale una perdita del Pil pari al 7%. E in 60 anni di storia repubblicana soltanto 75 donne hanno occupato ruoli di governo. Recentemente si è stabilito, per legge, che nei cda delle aziende quotate in borsa o a partecipazione pubblica la presenza femminile deve essere pari al 30%. Impara l’arte e mettila da parte, per le donne è ancora più vero. Dunque il problema non sono i libri, ma quello che viene dopo. Più una donna necessita di tempo per trovare una sistemazione che soddisfi le proprie aspettative, più si ergono muri di contrasto alle famiglie. E poiché lo studio è un diritto sacrosanto – per entrambi i generi, altrimenti che democrazia paritaria sarebbe – derubricare la scarsa fertilità a una mera questione di scelte è quanto di più riduttivo si potesse immaginare. Con rispetto parlando, ma anche quelli elencati poco fa sono numeri. Langone capirà.

 

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