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Una manovra a difesa dell’euro

L’opera di Monti sarà in due atti. Il primo è andato in scena ieri, volto com’è a confermare all’Europa gli impegni garantiti. Se mai c’era la necessità di comprenderlo una volta di più, il premier lo ha ribadito nella conferenza di lunedì mattina. “L’Italia è determinata a svolgere pienamente il proprio ruolo e per questo fin dai primi giorni il confronto europeo ha costituito per me una priorità”, ha spiegato Monti alla stampa estera.
A ben vedere, infatti, la manovra è un mix di correttivi ai conti pubblici e di provvedimenti (ancora timidi) a sostegno dell’economia. Che siano le prime iniziative, però, è stato lo stesso presidente del Consiglio a dirlo. Anche nel suo intervento del pomeriggio alla Camera quando ha assicurato che le prossime mosse dell’esecutivo verteranno sui temi più caldi in agenda: Mezzogiorno, infrastrutture (anche se il decreto illustrato domenica sera prevede un primo pacchetto di interventi), efficienza energetica e mercato del lavoro. Quello varato nel fine settimana è, dunque, solo un assaggio che ha avuto il merito, se non altro, di mantenere la barra dritta rispetto a quanto si era pronosticato alla vigilia. Le aliquote Irpef non sono state toccate come paventato da molti giornali – tema su cui Monti non ha risparmiato frecciatine agli editorialisti del Corsera, Alberto Alesina e Francesco Giavazzi, rei di avere giudicato troppo frettolosamente l’operato del governo –, c’è stata invece la stretta sulle pensioni. Ma Monti ha ricordato il compito per cui è stato chiamato a fronteggiare la crisi: “Chiediamo sacrifici a tutte le componenti del paese. Non fare questi sacrifici, significa farne ben più gravi tra poche settimane, se non tra pochi giorni”.
Insomma, tutto ruota attorno alla salvezza dell’euro. “Il nostro contributo sarà decisivo per superare anche la crisi europea, che rischia di diventare sistemica. Al di fuori dell’euro ci sono la povertà e la stagnazione, l’isolamento e assenza di futuro per il paese e le giovani generazioni”.
A proposito di sacrifici, la Cgia di Mestre ha già calcolato che la manovra graverà sulle famiglie italiane con un importo medio di 635 euro. Segno ulteriore, al di là delle cifre (non tutte le stime sono concordi in questo senso), che c’è ancora molto su cui lavorare. Peseranno l’aumento dell’Iva, il ritorno dell’Ici. Positivi, almeno da un punto di vista comunicativo, i tagli alle Province (di fatto ridimensionate drasticamente, “un primo passo verso l’abolizione”) e l’annuncio di rinunciare allo stipendio da premier.
Gli effetti più immediati del giorno dopo: lo sciopero-protesta di due ore indetto dai sindacati per il 12 dicembre (“per richiedere con forza di riaprire il negoziato”) e lo spread tra Btp decennali e Bund tedesco di pari scadenza sceso sotto i 400 punti base. Delle due, l’una. E Monti ha scelto la seconda. “Oggi quell’indicatore che nessuno di noi considera mitico e che ci piace di più quando scende che quando sale, sta mostrando grande attenzione positiva per quanto abbiamo deliberato”, ha ricordato il presidente del Consiglio in Aula.
“Senza questo pacchetto – ha chiosato infine Monti – l’Italia crolla, va in una situazione simile a quello della Grecia, paese per il quale abbiamo grande simpatia, ma che non vogliamo imitare”.

F. G.

 

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