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Le opportunità del “Nuovo Evo”

di Aly Baba Faye

Questo articolo prosegue da qui. Il professor Bauman è uno dei più attenti studiosi dei mutamenti sociali della nostra contemporaneità. Diciamo senza scomodarlo che in questo mio ragionamento la natura liquida la dà la fluidità dei processi migratori e i mutamenti che comportano nell’universo della comunicazione e del relazionismo sociale. Ma ci sono altresì processi sociali conformati dal mercato globale e dalle sue logiche che sacrificano tutto a logiche mercantili e di profitto.
Ma il tema della diversità culturale è ritornato prepotente nel dibattito pubblico dopo l’11 di settembre 2001. L’idea di Clash of civilisation (Scontro di Civiltà) teorizzata da Samuel Huttington sembrò una “profezia che si auto realizza”. Infatti, dopo la caduta del Muro di Berlino che portò all’implosione del Blocco Comunista e la fine della Guerra Fredda, il capitalismo aveva esigenze di “massificazione” della società globale del consumo. E la diversità culturale poteva essere un ostacolo alla mondializzazione. E così che in Occidente si doveva consolidare il capitalismo tenendo buoni le popolazioni e individuando il nemico nella diversità culturale. Il mercato globale aveva bisogno di sedimentare un processo di omogeneizzazione culturale funzionale al consumismo. C’era la volontà di affermare un nuovo universalismo del consumo che non si poteva realizzare se non attraverso una standardizzazione dei comportamenti consumistici che resta il fulcro del capitalismo. Dunque è in questa logica che l’islam fu individuato come il nuovo nemico perché potenzialmente portatore di una civiltà diversa. E’ da questo dato che derivano le problematiche legate ai conflitti culturali nelle società di immigrazione.
E naturalmente per arrivare a questa situazione i media e gli strumenti di comunicazione di massa hanno svolto un ruolo decisivo nella rappresentazione del fenomeno migratorio come di una minaccia che pende sulla sopravivvenza del modello occidentale. Questo è banalmente quel che è successo nel decennio appena trascorso che ha visto l’emergenza di forze xenofobe che promettevano di sistemare la pratica della società dell’immigrazione e del suo corollario il cosmopolitismo. Molte di queste forze politiche xenofobe hanno poi fallito e le loro promesse sono state disattese. La Lega Nord è approdata al governo, ma non ha cambiato un bel nulla. Nella migliore delle ipotesi hanno cercato di inasprire le leggi sull’immigrazione ma in modo talmente contraddittorio da aumentare l’illegalità e l’incapacità di governarla.

La molla che spinge la massa a spostarsi è la medesima: si parte per le condizioni di povertà e per la mancanza di lavoro che sono i cosiddetti push factor, ovvero i “fattori di spinta”. E dunque per rimediare a condizioni di svantaggio che le persone decidono di andare altrove per cercare lavoro. Naturalmente vanno verso paesi dove il mercato offre concrete opportunità cioè quello che viene definito come pull factor, ovvero i “fattori di attrazione”. Dunque è attraverso il lavoro che si può vivere e far vivere la propria famiglia contribuendo all’empowerment della propria comunità. Questi sono gli aspetti tradizionali della dinamica delle migrazioni industriali. Ma qualcosa è cambiato dalla fine degli anni ’80. Siamo dentro i grandi mutamenti del Nuovo Evo. Le migrazioni industriali in cui erano inseriti i flussi di manodopera sono stati assorbiti dentro un più ampio fenomeno di mobilità. Oggi si registra una vera rivoluzione delle mobilità e la crisi della società basata sullo stato-nazione comporta la crisi stessa del paradigma del nazionalismo metodologico. Oggi i processi sociali e le tendenze comportano nuovi fenomeni come il cosmopolitismo.

Nel caso specifico dell’Italia, il boom economico degli anni ’60, quel che veniva definito “il miracolo italiano”, aveva cambiato lo stato delle cose. La prima conseguenza di questo nuovo dato era una sostanziale diminuzione dei flussi in uscita dall’Italia. E negli anni ’80 non solo gli italiani non avevano più bisogno di andare all’estero per trovare lavoro, ma in seguito allo sviluppo economico, il mercato del lavoro italiano aveva bisogno di manodopera supplementare per far fronte alle esigenze del sistema produttivo basato sull’industria manifatturiera. In quell’epoca si registrava una migrazione interna dal Sud al Nord dove erano ubicate la stragrande maggioranza delle fabbriche. E successivamente negli anni ’80 l’Italia cominciò man mano a attrarre lavoratori migranti. Degna di nota tra le peculiarità italiane è l’esistenza di un enorme bacino di “economia sommersa” che ancora oggi attira migranti illegali. Oggi l’Italia ha bisogno di lavoratori immigrati considerando il fatto che il turnover è bloccato in diversi comparti produttivi. L’agricoltura, l’edilizia, il commercio, il turismo, l’assistenza sociale entrerebbero in crisi senza l’apporto della forza lavoro immigrata. Si nota in questi ultimi anni una ripresa di flussi in uscita soprattutto di giovani professionalizzati (skilled) che fa parlare di un fenomeno di “fuga dei cervelli”. Ma questo ultimo aspetto deve essere letto in termini diversi perché si tratta di una tipologia specifica delle nuove mobilità ovvero la “circolazione del capitale umano”. E quest’ultima questione la dice lunga sul fatto che l’Italia non potendo trattenere i propri talenti non ne attira più di tanto. Gli skilled migrants in Italia sono soggetti ad una sorta di dumping professionale che ci porta a parlare di brain waste cioè di spreco di talenti. Spesso questo dipende dalla configurazione del modello economico italiano che ancora oggi è basata fondamentalmente su attività manifatturiera poco voltata all’innovazione.
In ogni caso a prescindere dalle dinamiche globali, l’Italia deve dotarsi di una politica intelligente, la sua classe dirigente deve ragionare in termini di “altruismo egoistico” se vuole partecipare alla competizione tra grandi nazioni per accaparrarsi talenti in circolazione. La paura e i piccoli egoismi riducono l’attrattiva dell’Italia e rischiano di vedere molti migranti andarsene e ciò porterà al declino almeno che le giovani coppie si mettono a fare figli per colmare il processo di invecchiamento della popolazione. Serve una classe dirigente più lungimirante che abbia una visione nuova e una gestione più performante per tirare il meglio della società dell’immigrazione.

 

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