Arte. Così Roma al tempo di Caravaggio

di Stefano Di Rienzo

Attualmente a Roma si sta tenendo una mostra di Caravaggio a Palazzo Venezia dal titolo: “Roma al Tempo di Caravaggio 1600-1630″ (16 Novembre 2011-5 Febbraio 2012).
Caravaggio è stato un genio della pittura che ha messo in ombra tutti gli altri artisti della sua epoca. La domanda che ci poniamo è chi erano questi artisti? La mostra vuole rispondere a questo quesito in maniera chiara e concisa mettendo in luce, attraverso l’esposizione di 140 dipinti provenienti da musei italiani e esteri, il panorama artistico in cui operò lo stesso artista.
La mostra prende in esame un momento cruciale della pittura italiana: gli ultimi anni del XVI sec.in cui Roma versava in una crisi dovuta allo scisma luterano, sviluppandosi attraverso il regno di quattro pontefici: Clemente VII Aldobrandini, Paolo V Borghese, Gregorio XIV Buoncompagni, Urbano VII Barberini. Questa crisi dura circa quarant’anni – dal 1600 al 1640 – e da tali avvenimenti accaduti in questo arco temporale dipese gran parte dello sviluppo artistico europeo che si protrasse fino alla fine del Seicento.
La mostra inizia con il mettere a confronto nei primi anni del XVII sec. due personalità della pittura italiana: il bolognese Annibale Carracci, capo della corrente classicista e il lombardo Caravaggio creatore di una rivoluzionaria forma della realtà, il naturalismo.
La loro comparazione è resa evidente dall’accostamento delle rispettive versioni delle due “Madonne di Loreto” realizzate negli stessi anni tra il 1604 e il 1605. La comparazione di queste due opere, mai messe a confronto prima d’ora e di fondamentale importanza per la mostra perché mettono in evidenza i diversi stili a cui appartengono i due artisti. Caravaggio utilizza la luce e l’ombra come suoi punti di forza per evidenziare la drammaticità della rappresentazione in modo da donare ai suoi soggetti dignità e monumentalità; Annibale Carracci nato a Bologna giunto a Roma nel 1595 ebbe modo di osservare le opere di età classica, traendone l’insegnamento per portare a compimento il suo rinnovamento della pittura.
L’esposizione prosegue attraverso una serie di dieci sale in cui vengono prese in considerazione opere di destinazione pubblica soprattutto ecclesiastica (pale d’altare o dipinti legati a luoghi di culto) e dipinti di destinazione privata realizzati su commissione dai maggiori mecenati dell’epoca. Soprattutto sotto il pontificato di Clemente VII (1592-1605) Roma diventa un grande vivaio artistico, un cantiere in cui un artista in cerca di talento e ambizione viene a tentare la fortuna per vedersela con un’agguerrita concorrenza, contando sulla compiacenza di conterranei o attraverso raccomandazioni di amici notabili. Vengono a mescolarsi un crogiolo di stili che ricalcano e sviluppano le basi gettate da Caravaggio e Annibale Carracci, tra questi ci sono alcune opere dei classicisti bolognesi (Domenichino, Lanfranco, Guido Reni, Albani) che avevano seguito Annibale a Roma, e alcune opere dei caravaggeschi (Orazio e Artemisia Gentileschi, Carlo Saraceni, Orazio Borgianni e Bartolomeo Manfredi) che fecero proprio il naturalismo di Caravaggio.
Influssi caravaggeschi dominarono il panorama artistico romano del secondo decennio del seicento attraverso intensi scambi con numerosi pittori stranieri francesi, olandesi,fiamminghi e spagnoli presenti a Roma tra il 1600 e il 1630 (Valentin, Vouet, Rubens, Ribera, Honthorst)che subirono il fascino della pittura di Caravaggio. Questo exploit conosce la sua massima espansione lungo il decennio successivo alla morte del Merisi, esattamente nel secondo decennio del Seicento e si manifesta soprattutto nelle opere di destinazione privata e in particolare nelle “scene di genere” che costituiscono una tipologia della cultura figurativa caravaggesca di soggetto profano desunto dalla vita quotidiana spesso di tenore popolaresco. Massima espansione caravaggesca si ha anche nelle opere di destinazione pubblica grazie all’azione divulgatrice di Bartolomeo Manfredi (seguace di Caravaggio) dove le sue “scene di genere” al pari dei “soggetti religiosi” ebbero fondamentale importanza per la diffusione di uno stile particolare definito “Manfrediana Methodus” che consiste nel riprendere soggetti e figure dai quadri di Caravaggio ricomponendoli in modi differenti.
Per l’occasione è presente eccezionalmente in mostra per la prima volta in Italia il “S. Agostino” recentemente attribuito a Caravaggio da Silvia Danesi Squarzina, ordinaria di Storia dell’Arte all’Università di Roma “La Sapienza” che identifica il “S. Agostino” con quello citato negli inventari della famiglia Giustiniani nel 1638 con attribuzione a Caravaggio grazie ad una etichetta sul retro del telaio originale che indica la provenienza di Pantaleo Giustiniani Recanelli erede del palazzo e della collezione, questo suo giudizio non è unanime e ancora oggi oggetto di un vivace dibattito.
La mostra si conclude con l’inesorabile declino del caravaggismo, nel terzo decennio del Seicento, sia per quando riguarda le opere pubbliche sia per quanto riguarda quelle private.
Nonostante la suggestione esercitata dai capolavori del maestro si pone la necessità di esibire un certo tasso di autonomia e di originalità, capacità di sviluppo di una tradizione che tende ormai ad esaurire le proprie risorse di fronte all’affacciarsi di nuove istanze estetiche e culturali emergenti: il classicismo e il nascente Barocco.

 

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