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Una proposta: il part time al maschile

di Fabio Germani

Premier e ministri stanno tentando di farlo capire in tutte le salse: la fase congiunturale che stiamo attraversando ci obbliga a rivedere gli schemi, a mutare i paradigmi, a immaginare nuove possibilità. Cosicché il posto fisso diviene monotono (poi Monti corregge il tiro, ma neanche troppo), i laureati dopo i 28 anni sono degli “sfigati” (un Martone di “brunettiana” memoria) e gli italiani altro non sono che dei “bamboccioni”. Perché l’assioma di Annamria Cancellieri (“Noi italiani siamo fermi al posto fisso nella stessa città di fianco a mamma e papà”) non va molto più in là dell’espressione che già fu di Tommaso Padoa-Schioppa. E l’articolo 18? Il ministro del Lavoro, Elsa Fornero, non ha mai offerto al riguardo scampoli di trattative: “Non deve essere un tabù”.
Il linguaggio usato è quello tipico dei professori che dalla cattedra osservano con somma perplessità i propri studenti. I tecnocrati al governo, insomma, dimenticano di tanto in tanto di essere premier e ministri. Almeno a parole. Perché non si può negare che in fondo pongano in essere delle questioni relative a modi di fare consolidati, ma vituperati in passato da illustri colleghi ed editorialisti. In Italia il posto fisso è ormai una chimera, ci si laurea spesso in ritardo (l’età media dei laureati italiani è tra le più alte dell’Ue), vige una cultura familista (che però, va detto, è talvolta l’unico modello possibile di welfare) e dell’articolo 18 usufruiscono pochi eletti avendo il 95% delle aziende italiane meno di dieci dipendenti. E poiché si invoca una maggiore flessibilità del lavoro (che, sottinteso, non deve tramutarsi in precariato) e poiché si è inclini ai cambiamenti in seno alle statistiche allarmanti riguardo la disoccupazione femminile e i giovani sempre più sfiduciati, non appare così astrusa la proposta di alcuni giorni fa del professore straordinario in Demografia all’Università di Padova, Gianpiero Dalla Zuanna, sulle pagine del Corriere della Sera.

Se la crescita economica ripartirà, aumenteranno anche le persone che cambiano lavoro, si libereranno posti per i giovani, e le imprese riprenderanno a contendersi i lavoratori migliori. Ma non si può solo aspettare che il vento cambi. Proprio in questi momenti di difficoltà, vanno introdotti mutamenti normativi, per permettere al mercato del lavoro di cogliere al meglio – quando arriveranno – i venti della ripresa. Va quindi riformato un mercato del lavoro che oggi ha come punto di riferimento l’uomo che fino a vent’anni studia, dedica al lavoro dieci ore di tempo al giorno per cinque giorni la settimana da venti a sessant’anni, dedica alla famiglia solo piccoli ritagli del suo tempo, e a sessant’anni chiude del tutto con il lavoro.
Le norme vanno modificate aumentando la flessibilità del tempo del lavoro. Innanzitutto, il part time (verticale e orizzontale) dovrebbe diventare qualcosa di accessibile per tutti. Ma oggi il part time non viene concesso volentieri dalle imprese, perché – anche se non porta a costi aggiuntivi diretti – causa forti costi impliciti nell’organizzazione del lavoro.
Per evitare questi problemi, al part time potrebbero essere concessi sgravi contributivi simili a quelli dati oggi a chi assume un apprendista. È fantascienza proporre che questi sgravi siano maggiori se il part time è richiesto da un uomo? Sarebbe un segnale che lo Stato considera in modo positivo la condivisione maschile del lavoro domestico.
Anche in Norvegia, Svezia e Danimarca, trent’anni fa, gli uomini a casa non facevano quasi nulla. Poi – grazie anche alla spinta di norme innovative – a poco a poco la mentalità è cambiata, e sono molto più numerosi i padri che hanno scoperto le gioie della cura della casa e dei figli.

 

1 Commento per “Una proposta: il part time al maschile”

  1. […] Ricapitolando, l’indomani. Il gap salariale tra uomo e donna è pari al 17,5% in Europa. E ciò, ha sottolineato tra gli altri il presidente del Parlamento europeo, Martin Schulz, è ancora più vergognoso dal momento in cui il 60% degli studenti che si laureano sono donne. Da par suo, il ministro del Lavoro con delega alle Pari opportunità, Elsa Fornero, ha auspicato che la maternità non sia causa né di non partecipazione né, peggio, di allontanamento spesso permanente delle donne dall’attività lavorativa”. Anche perché “la metà delle donne che non partecipa al mercato del lavoro sono una riserva nascosta di crescita”. Bankitalia aveva stimato una perdita del Pil del 7%, ad essere precisi. Nel 2010 in Italia (dati Istat) sono circa 380 mila le lavoratrici dipendenti che hanno beneficiato dell’astensione obbligatoria per maternità. Tra le neo-mamme, il 91% ha un contratto a tempo indeterminato (e vive al Nord nel 58% dei casi), il 9% a tempo determinato (di cui il 52% concentrato nel Sud i Isole). Stando al Rapporto sulla coesione sociale “ammontano a 286 mila i lavoratori dipendenti che hanno usufruito di congedi parentali (astensione facoltativa) nel 2010. Di questi, il 93,5% ha un contratto a tempo indeterminato (nel Nord si concentra il 67% dei congedi parentali con contratti a tempo indeterminato). Fra i lavoratori che hanno goduto dei congedi parentali pur non avendo il posto fisso (6,5%), quasi i tre quarti (74%) sono concentrati al Sud e nelle Isole”. A tale proposito, Fornero ha osservato come una “misura da adottare consista nel distribuire il congedo parentale tra entrambi i genitori”. La convinzione della ministro è che conciliare lavoro e maternità abbia ripercussioni positive sui figli. Quelli che hanno una madre che lavora, infatti, sono “meno a rischio povertà e asocialità e hanno migliori risultati scolastici”. Sarebbe cioè un “circolo virtuoso che si può innescare”. A ben vedere, nonostante un lieve miglioramento, le donne continuano ad avere maggiori difficoltà a conciliare i tempi di lavoro e di cura della famiglia. Mediamente (sommando le ore dedicate al lavoro e alla famiglia, appunto) la donna è impegnata per almeno un’ora e 15 minuti in più (gli anni di riferimento sono il 2008 e il 2009). “L’indice di asimmetria del lavoro familiare – si legge sempre sul Rapporto Istat sulla coesione sociale –, ossia quanta parte del tempo dedicato al lavoro domestico, di cura e di acquisti di beni e servizi è svolta dalle donne, indica che il 71,3% del lavoro familiare delle coppie è ancora a carico delle donne. Nelle coppie con entrambi i partner occupati, il maggior grado di asimmetria si osserva tra le coppie con i figli residenti nel Mezzogiorno (74,6%), in quelle in cui l’età del figlio più piccolo sipera i 14 anni (74,6%) e quelle in cui la donna ha un titolo di studio basso (72,2% nel caso di licenza elementare o media). Le donne, in particolare quelle occupate – viene spiegato –, sono penalizzate anche per il tempo libero. Il gap di genere si riduce nel tempo, ma resta a livelli elevati: gli uomini dispongono di 59 minuti in più di tempo libero rispetto alle donne, venti anni fa la differenza era di 1 ora e 14 minuti”. In questo senso, una proposta già lanciata su queste pagine, potrebbe essere il part time al maschile. […]

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