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La prevenzione e la sicurezza stradale

di Fabio Germani

Ad una prima e frivola lettura, l’appello del Times per salvare le vite dei ciclisti potrebbe sembrare una iniziativa senz’altro nobile, ma allo stesso tempo un po’ fine a se stessa. In verità cela numeri importanti che offrono lo spunto per riflettere sulle nostre abitudini. Quelle consuetudini di cui ci sentiamo padroni e che talvolta, invece, nascondono insidie.
Il Times ha lanciato la campagna a favore degli amanti delle biciclette dopo che una sua giovane giornalista è rimasta vittima di un incidente (da cui pare non si sia ancora ripresa) ricordando che negli ultimi dieci anni nel Regno Unito sono morti 1.257 ciclisti. L’iniziativa è stata perciò ripresa anche in Italia dove le cifre non sono migliori, anzi. Nel nostro Paese, nello stesso arco di tempo, le vittime risultano essere 2.556.
Siamo andati perciò a controllare i dati in materia per tentare di capire quale sia l’impatto di questi incidenti sul sistema Paese. Secondo le stime Istat-Aci (2011) i sinistri stradali che coinvolgono le biciclette rappresentano il 3,9% del totale. Al primo posto figurano le autovetture (67,8%), poi i motocicli (13,2%), gli autocarri o motoccarri (6,9%) e i ciclomotori (5,6%). C’è però da osservare che nonostante gli incidenti con le due ruote siano inferiori in termini percentuali di quelli con le automobili, il tasso di mortalità è decisamente superiore.
Non è solo una questione di educazione civica. Spesso le città sono carenti di impianti adeguati e non soddisfano le esigenze dei cittadini. Tra le richieste del manifesto del Times, nel nostro caso “italianizzato”, si legge infatti che “i 500 incroci più pericolosi del paese devono essere individuati, ripensati e dotati di semafori preferenziali per i ciclisti e di specchi e telecamere che permettano ai camionisti di vedere eventuali ciclisti presenti sul lato”, che “dovrà essere condotta un’indagine nazionale per determinare quante persone vanno in bicicletta in Italia e quanti ciclisti vengono uccisi o feriti”, che “il 2% del budget per le costruzioni stradali dovrà essere destinato alla creazione di piste ciclabili di nuova generazione” e che “la formazione di ciclisti e autisti deve essere migliorata e la sicurezza dei ciclisti deve diventare una parte fondamentale dei test di guida”.
Ciò non significa ricostruire daccapo le città, bensì rimodellarle seguendo innovazioni che producano una nuova sostenibilità. Si chiama prevenzione, volendo. E a chi obietta che in questa fase trovare fondi per la messa in sicurezza delle strade sia quasi impossibile, proponiamo allora un ulteriore spunto di riflessione che giustifichi l’eventuale sforzo. Un paio di anni fa l’Eurispes rilevò che solo nel 2008 la spesa per gli incidenti stradali si era attestata a 28,8 miliardi di euro, pari all’1,83% del Pil. Non proprio due soldi, insomma.

Post scriptum. A onor del vero è tuttavia doveroso rammentare che l’Italia negli ultimi anni ha ottenuto risultati abbastanza positivi. Il Libro Bianco dell’Unione europea del 2001 prevedeva la riduzione della mortalità su strada del 50% entro il 2010. L’obiettivo non è stato ancora del tutto raggiunto, ma almeno possiamo vantare una diminuzione del 42,4% in linea con la media europea (42,8%). Per una volta, dunque, non siamo maglia nera.

 

2 Commenti per “La prevenzione e la sicurezza stradale”

  1. […] che facciano risparmiare ingenti somme nel lungo periodo (si pensi alla sicurezza sul lavoro o a quella stradale), mirare ad una più efficace qualità di sviluppo, colmare – non più a chiacchiere – […]

  2. […] città e l’obbligo del limite di 30 km/h di velocità massima nelle aree residenziali. Tutto ebbe inizio quando a febbraio il Times lanciò la campagna Cities fit for cycling dopo che una sua giornalista, […]

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