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L’analisi

di Antonio Caputo

Altro giro, altra corsa: la sfida delle primarie presidenziali fa tappa ad Augusta, Capitale del Maine, piccolo Stato del Nordest, ai confini col Canada.
La corsa, dopo il “Vecchio West” (Nevada e Colorado), e le pianure del Midwest industriale (Minnesota e Missouri) torna, ad un mese dalle primarie in New Hampshire, tra le distese di ghiaccio del New England, con i caucus (solo repubblicani) nello Stato reso famoso dal telefilm “La signora in giallo” di Angela Lansbury (Jessica Fletcher), ambientato, in molti suoi episodi, proprio in Maine, nella località immaginaria di Cabot Cove.
I risultati: vittoria, amara e di stretta misura, per Mitt Romney, già Governatore nel vicino Stato del Massachusetts, che si aggiudica la partita col 39%, appena sufficiente per tirare un po’ il fiato dopo le batoste di martedì, ma non certo per garantirgli tranquillità nel prosieguo della gara. Il risultato di Romney è, una volta di più, assai deludente: in uno Stato dove giocava in casa, a due passi dal suo Massachusetts, in un Nordest (il New England in particolare) allergico agli ultraconservatori Gingrich e Santorum, si deve accontentare di un risultato inferiore di ben 13 punti rispetto al suo trionfo del 2008, quando inflisse oltre 30 punti al secondo arrivato McCain. I paragoni col 2008, in tutti gli Stati (Nevada, Colorado, Minnesota, Missouri e ora Maine), in cui si è votato in questo mese di febbraio, fanno segnare, per Romney, dei segni meno, in diversi casi con arretramenti assai pesanti: “cedimenti strutturali”, per usare un gergo ingegneristico, che fanno seriamente dubitare sulle sue possibilità di vittoria.
A questo punto della partita (alla vigilia, più o meno, del super martedì) quattro anni fa, McCain era già il favorito per la nomination, poi effettivamente conquistata; eppure Romney, che anche allora godeva dell’appoggio dell’establishment del partito (ma l’appoggio di Bush nel 2008, più che un aiuto era una zavorra!) otteneva risultati più alti di oggi, quando gode dell’appoggio di una fetta più ampia del partito, quando è indicato come l’unico sfidante in grado di giocarsela contro Obama (quindi ha anche dalla sua il voto di chi sceglie un candidato che possa sfidare meglio il Presidente uscente) e corre contro candidati più deboli di quelli del 2008: non solo non sfondare, ma fare peggio della sconfitta di quattro anni fa in tali condizioni, significa, per Romney, qualcosa più di un campanello d’allarme.
Secondo, ad un incollatura, il deputato libertario Ron Paul, che nei caucus, come già sottolineato più volte a commento di altre competizioni, ottiene i risultati migliori: il suo 36% è il doppio di quel 18% di quattro anni fa, quando correva per il semplice gusto di partecipare e senza chances effettive. A lui il voto degli anti tasse che nel Nordest, dove nacque due secoli e mezzo fa la rivolta del the, si convogliano, come peraltro nel West (altra Regione dove l’individualismo libertario mal si concilia con l’ultraconservatorismo) su candidati più moderati rispetto agli ultraconservatori razziali e religiosi, nettamente prevalenti, tra i Repubblicani, nel Midwest ma soprattutto nel Sud.
Spinto dai trionfi di martedì notte, terzo, con un più che discreto 18%, l’italoamericano Rick Santorum; la spiegazione di una tale percentuale in un contesto assai ostile quale quello del Maine sta proprio nell’effetto trascinamento nelle tre (ma in Missouri non si assegnavano delegati e pertanto la corsa era stata snobbata tanto da Gingrich, neppure presentatosi, quanto da Romney, che non vi aveva fatto campagna elettorale) vittorie ottenute nei giorni scorsi, soprattutto in Colorado (vera sorpresa sul favorito Romney) e Minnesota.
Solo le briciole, infine, all’ex Speaker della Camera, Newt Gingrich, che, fermo al 6%, raccoglie assai poco in uno Stato nel quale non si era fatto granché vedere: la campagna elettorale, lunga e costosa, ha, per l’ex deputato georgiano a corto di fondi, soprattutto l’obiettivo della vittoria al Sud, Sud che sarà massicciamente chiamato alle urne nel super martedì (6 marzo).
Prima di allora, un altro appuntamento: il 28 febbraio doppia primaria, in Michigan ed Arizona. Per Romney, favorito al momento nei due Stati (in Michigan ci è nato, e suo padre ne fu Governatore negli anni ’60; in Arizona gode dell’appoggio del potente Senatore McCain, dei mormoni e degli ispanici repubblicani), l’occasione di portarsi avanti, prima del super martedì, riprendendosi dalle delusioni di questa settimana. Se così non fosse, rischierebbe di ammainare le vele, colando a picco.

 

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