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Unicef: le disparità tra i “figli delle città”

Per molti la metropoli è garanzia di protezione, benessere, istruzione e accesso ai servizi sociali. Ma per centinaia di milioni la realtà urbana è quella degli slum, del lavoro precoce, delle carenze dei beni più essenziali. Il Programma dell’Onu per gli insediamenti umani (UN-Habitat) definisce un’abitazione slum come quella a cui manchi l’accesso all’acqua potabile, l’accesso ad adeguati impianti igienici, la sicurezza di possesso immobiliare, la solidità dell’alloggio e lo spazio abitativo sufficiente (generalmente indicato come la condivisione di una stanza di tre persone al massimo).
Un terzo della popolazione urbana vive negli slum e nel 2020 saranno oltre un miliardo di persone a vivere in queste condizioni. Milioni di bambini, dunque, vivono fin da piccoli povertà, emarginazione e discriminazione. È quanto emerge nell’ultimo Rapporto Unicef La condizione dell’infanzia del mondo, giunto alla 33esima edizione e dedicato quest’anno ai Figli delle città.
“Le città – spiega l’agenzia dell’Onu per l’infanzia – offrono a molti bambini scuole, ospedali e parchi gioco. Le stesse città, in tutto il mondo, presentano anche una serie di disparità in termini di salute, istruzione e opportunità per i bambini. In molte regioni, le infrastrutture e i servizi non tengono il passo della crescita urbana, così i bisogni di base dei bambini non vengono soddisfatti. Le famiglie che vivono in povertà spesso pagano molto di più per dei servizi scadenti. Per esempio l’acqua nei quartieri più poveri, dove i residenti devono acquistarla da venditori privati, può costare 50 volte di più che nei quartieri ricchi, dove le case ricevono l’acqua direttamente tramite le condutture. È essenziale – viene richiesto – concentrarsi sull’equità, raggiungendo i bambini più poveri dovunque essi vivano”.
“Talvolta – si evidenzia – i divari tra città povere e città ricche possono uguagliare o addirittura superare
quelli che si trovano nelle zone rurali. Quando le medie nazionali vengono disaggregate, diviene chiaro che molti bambini che vivono in condizioni di povertà urbana sono svantaggiati ed esclusi dall’istruzione superiore, dai servizi sanitari e da altri benefici di cui godono i loro coetanei più ricchi. In Benin, Pakistan, Tagikistan e Venezuela (Repubblica Bolivariana), il divario a livello di istruzione tra il 20% più ricco e il 20% più povero della popolazione risulta maggiore nelle zone urbane che in quelle rurali. Il divario più ampio si registra in Venezuela, dove gli alunni provenienti dalle famiglie urbane più ricche hanno, in media, quasi otto anni di istruzione in più rispetto a quelli delle famiglie più povere, in confronto a un divario di cinque anni tra ricchi e poveri nelle zone rurali. In Benin, Tagikistan e Venezuela, è probabile che i bambini provenienti dalle famiglie urbane più povere frequentino per meno anni la scuola rispetto non soltanto a quelli delle famiglie urbane più ricche, ma anche ai bambini di campagna.
Alcune disparità vanno al di là del luogo di residenza. Le bambine che crescono in famiglie povere hanno un grande svantaggio indipendentemente dal fatto che vivano in zone urbane o rurali. Nel Benin, le bambine delle zone urbane e rurali provenienti dal 20% più povero della popolazione ricevono meno di due anni di istruzione scolastica, in confronto ai tre o quattro dei loro coetanei maschi e ai circa nove dei bambini maschi più ricchi nelle zone sia urbane sia rurali. In Pakistan, la differenza nel livello di istruzione tra i bambini e le bambine più povere è di circa tre anni nelle zone rurali e di circa un anno in quelle urbane.
Il divario di genere risulta più pronunciato per le bambine povere nelle aree urbane del Tagikistan. In media, ricevono meno di sei anni di istruzione, in confronto ai quasi nove delle bambine povere nelle zone rurali. Ma il divario di genere si rovescia in Venezuela, dove sono i maschi delle aree urbane a ricevere meno istruzione, ovvero meno di tre anni in confronto ai quattro e mezzo delle bambine di città più povere e dei sei e mezzo per i bambini e le bambine più poveri nelle zone rurali”.
Per queste ragioni l’Unicef “chiede con forza ai governi di mettere i bambini al centro dei piani urbanistici e di ampliare e aumentare i servizi per tutti, cominciando con l’avere a disposizione dati più accurati e più specifici per identificare e colmare le disparità tra i bambini nelle aree urbane”. A tale proposito il presidente di Unicef Italia, Giacomo Guerrera, ha ricordato che “oggi, ci sono più di 300 sindaci italiani nominati ‘Difensori dell’Infanzia’ dai Comitati Provinciali per l’Unicef, con l’impegno di realizzare i ‘nove passi per costruire una città amica dei bambini’, il quadro di riferimento dell’Unicef internazionale per tutte le amministrazioni comunali del mondo”.

Stando ai dati contenuti nel Rapporto (che si riferiscono al 2010) sono 7,6 milioni i bambini morti a cinque anni ancora da compiere. Nel mondo muoiono in media 57 bambini ogni mille nati vivi (si è comunque registrato un miglioramento rispetto a venti anni fa, all’epoca erano infatti 88). Il triste record appartiene alla Somalia: 180 morti ogni mille nati vivi. Poi Mali (178), Burkina Faso (176) e Sierra Leone (174). L’Italia è appaiata al termine della classifica insieme a Francia, Germania, Irlanda e Grecia (4). Chiude l’Islanda con due decessi ogni mille nati vivi. La malnutrizione è motivo di morte per oltre un terzo di quelle che avvengono sotto i 5 anni. Poco più di un milione di bambini muore invece a causa della diarrea. L’inquinamento provoca quasi due milioni di decessi. Nelle aree urbane, inoltre, sono gli incidenti stradali (1,3 milioni di persone morte ogni anno) la prima causa di morte tra i 15 e 29 anni.
Nel 2010, inoltre, si è registrato un calo di di nuovi casi di infezione da Hiv rispetto a quelli censiti nel 2005, tuttavia ogni giorno mille bambini sono infettati dalla madre mentre nel mondo sono 2,2 milioni gli adolescenti sieropositivi.

 

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