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Super martedì

di Antonio Caputo

Mitt Romney, dunque: è lui ormai il superfavorito per la nomination repubblicana, dopo la vittoria, pur non risolutiva, del Super Martedì.
Andiamo con ordine: andavano al voto in totale, 12 Stati e un territorio (Isole Samoa), che non è uno Stato ma, come altri territori che non sono Stati partecipa alle primarie (ma non alle presidenziali vere e proprie).
In campo democratico, nomination scontata per Obama che si aggiudica tutte le sfide: tre caucuses (Minnesota, Colorado e Samoa), dove correva senza avversari, e sette primarie, di cui quattro (Vermont, Ohio, Virginia e Georgia) senza avversari, altre due (Massachusetts e Tennessee) dove ottiene quasi il 90%, a fronte di un voto neutrale (uncommitted) del 10-11%, e l’Oklahoma, unica vera sfida con candidati minori (presidente al 57%; a Randall Terry, ex repubblicano pro-life il 18% e anche un delegato; ancora, il 14 al candidato locale, già travolto nel 2010 al Senato, Jim Rogers; il 6% a Darcy Richardson; il 5%, infine, a Bob Ely).
Sul fronte repubblicano, Romney prevale nel voto moderato/progressista, cattolico e nelle grandi città. La sua vittoria non è risolutiva perché, su dieci Stati se ne aggiudica sei, facendo il pieno dove giocava in casa (il suo Nordest ed il West mormone), ma soffrendo e tanto nelle altre zone del Paese dove il voto conservatore punta sui suoi avversari Santorum e in parte Gingrich. Santorum cade in piedi, vincendo in tre Stati e quasi pareggiando in Ohio e Alaska, segno di come i giochi non siano definitivamente chiusi. Con lui protestanti conservatori, zone rurali, e seguaci del Tea Party. Gli altri due candidati: sconfitta ormai definitiva per Gingrich, non in grado di far suo il voto conservatore, che individua in Santorum il proprio portabandiera. Gingrich deve ora valutare se ritirarsi o proseguire una corsa ormai senza chance. Diverso il discorso per Ron Paul, il quale, salvo qualche sprazzo, ottiene scarsi risultati; d’altro canto la sua corsa non ha mai avuto velleità di vittoria. Il suo obiettivo, piuttosto, era (e resta) di contarsi, per far pesare i suoi delegati in caso di incertezza alla Convention, ragion per cui non si ritirerà, restando in campo fino all’ultimo.
Passiamo ai risultati. A Romney le primarie del Nordest: trionfo a valanga nel suo Massachusetts, (72 a 12 su Santorum; Paul 9.5, Gingrich 4.5) con una prevalenza più marcata nell’area metropolitana della Capitale Boston (dove Paul supera Santorum) e meno netta nell’interno; vittoria anche nel confinante Vermont (40% a 25.5 su Paul; non male Santorum, al 23.5%; Gingrich 8; il 2% al già ritirato Huntsman).
Incertezza nel Midwest: buon colpo per Santorum nel caucus in North Dakota, dove Romney, che batté nettamente Mc Cain quattro anni fa, oggi deve accontentarsi del terzo posto col 24% (Santorum 40; Paul 28, Gingrich 8.5); ma la partita decisiva si giocava nelle primarie dell’Ohio, Stato oscillante per definizione: testa a testa fino all’ultimo e vittoria di stretto margine per Romney (38 a 37% su Santorum; Gingrich 14.5; Paul 9), che deve il suo successo alle tre aree metropolitane dello Stato collocate in una diagonale che parte da Sudovest (Cincinnati), prosegue al centro, (la Capitale e principale città dello Stato, Columbus) per terminare a Nordest (Cleveland, principale area metropolitana, che affaccia sul Lago Erie, e “dirimpettaia” di Detroit); il “mare magnum” del resto dello Stato va, invece, all’italoamericano.
I due caucuses del West a Romney: l’Idaho mormone senza sorprese (61.5 rispetto al 18 di Santorum e Paul, appaiati; a chiudere Gingrich, 2%); qualche brivido in più in Alaska, dove vince molto meno nettamente che nel 2008, quando doppiò McCain: oggi si accontenta del 32.5% (Santorum 29; Paul 24; Gingrich 14).
Infine il Sud: 4 Stati (tutte primarie) al voto. A Gingrich la sua Georgia, (47 a 26 su Romney, che però prevale nelle due aree metropolitane: la Capitale Atlanta e Savannah; Santorum 19.5; Paul 6.5). La Virginia vota Romney: 59.5 a 40.5 su Ron Paul. Assenti gli altri candidati, perché Gingrich e Santorum avevano avuto problemi tecnici sulla raccolta firme. “Strano” il comportamento delle aree metropolitane: testa a testa nella conurbazione della costa (Virginia Beach – Norfolk – Hampton) e nella zona della Capitale Richmond; a Romney, e molto nettamente, l’hinterland di Washington/DC. Santorum si aggiudica gli altri due Stati: Oklahoma (34 a 28 su Romney, tallonato da Gingrich, 27.5; Paul 9.5), dove vince grazie alle aree rurali, ma in seria difficoltà nelle metropoli con Romney che prevale nella Capitale Oklahoma City, e a Tulsa; e Tennessee (37 a 28 su Romney; Gingrich, 24; Paul 9). A Santorum le vaste zone rurali, ma anche l’area metropolitana di Memphis; a Romney, invece, la zona della Capitale Nashville.
In sintesi: 1) Romney, a questo punto, diventa il favorito numero uno per la candidatura repubblicana; 2) la partita però non è chiusa, perché Santorum resiste e Romney non scalda i cuori della base repubblicana, dovendo soffrire molto per imporsi; 3) sono fuori dai giochi, e definitivamente, Gingrich e Paul; 4) le divisioni tra Repubblicani e la loro debolezza, che li rende alternative poco credibili, avvantaggiano Obama che si giova anche della fine dell’emorragia di posti di lavoro, e di un certo clima di fiducia nell’economia, come sottolineato in un nostro articolo della scorsa settimana.

 

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