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Ma quale futuro per il giornalismo?

di Fabio Ferri

Passato
Il 2015 si avvicina e, come una profezia Maya, anche la previsione dell’ultima copia cartacea venduta di un quotidiano. Prospettiva che fa tremare i polsi ad editori e giornalisti, e poco importa ai lettori sicuri di sopravvivere alla sventura. Il 2015 spaventa perché ancora non si è definito un modello, convincente, per rendere economicamente sostenibile l’editoria digitale. In molti ultimamente si sono espressi per parlare del futuro dei giornali.
Tracciare direttive, unire punti, separare linee: disegnare una mappa insomma raccogliendo idee e suggestioni di cui si discute da tempo. Rimuginandoci su mi sono domandato se e veramente “web killed the newspaper-star”, parafrasando una canzone degli anni ’80 (altro periodo liminare). Come nel 2015, o nel 2039, le persone comuni, i lettori si informeranno. La soluzione al dilemma forse non c’è, e non l’ho io in tasca. Forse però la domanda è mal posta. Ci si domanda come funzionerà la stampa domani, invece dovremmo interrogarci come funziona, e come farla funzionare meglio, oggi. Spostare cioè l’asse del problema all’attualità. La crisi dei lettori non è iniziata con Twitter o Google News, se ne parla da venti anni. È vero che c’è una crisi esistenziale continua: della televisione, del cinema, dei libri, delle sorprese gommose nelle confezioni delle patatine. Che insegue e a volte precede buona parte dell’industria culturale. Ma molto spesso non si analizzano le reali crepe del sistema, nascondendo(si) il problema. I lettori scappano dai quotidiani, questo dicono i dati. Fino ad ora la reazione è stata quella di vendere dei “panini”. Enciclopedie, libri di cucina, cd, dvd, canotti gonfiabili. Alla crisi del lettore si risponde con i gadget. Ma le librerie ne sono colme oramai, non c’è più spazio.
E più che Twitter e Google News sono stati Wikipedia e il file sharing a minare questo sistema editoriale. Il picco delle vendite poi, e l’aumento dei “panini”, in parte è coinciso con la fine della Prima Repubblica. Non è certo nostalgia ma “a quel tempo” le idee politiche erano più nette; così come i quotidiani segnavano un’identità di appartenenza ben precisa. Non era tutto oro… questo è certo. Oggi è diventato tutto liquido e chissà se un domani saremo fatti di plasma o di vapore. Fatto sta che avremmo sempre bisogno di essere informati, anzi di informaci. Questo è il punto: non più passivi ma lettori attivi. Ma pur sempre lettori. Sia di inchiostro che di byte.

Presente
Come ha osservato brillantemente Luca De Biase «una volta i giornalisti scrivevano sulla carta: oggi scrivono sul tempo delle persone». La relatività si impone anche nelle redazioni: non bisogna più contare lo spazio, le battute, ma il tempo, i minuti a disposizione del lettore. Minuti fatti di secondi, di attimi in cui devi rapire chi ti sta leggendo o che ti ascolta, come sa bene chi fa radio. La crisi viene da lontano [questa frase vale un po’ per tutte le stagioni ndr], e rimescola le carte, i rapporti tra le forze in campo. Io lettore insoddisfatto voglio qualcosa di più da te giornalista. I nuovi media, su tutti Twitter indicato spesso come news-blogging, sono una conseguenza della crisi, un enzima che l’accelera, non la causa prima: che andrebbe ricercata altrove. Nel doping forse.
Lo sono stati i panini e lo è il finanziamento pubblico, metodi per non fare i conti con il proprio pubblico, i propri clienti, i propri lettori. Sono padrone fin quando ho in mano il telecomando cantava Arbore, fin quando posso scegliere anche quale programma e quale pubblicità guardare.
Ecco la pubblicità, anche questa in parte dopata dai centri media perché più difficile quantificarne l’efficacia sulla carta e non abbastanza valorizzata sul web. Pubblicità e finanziamento pubblico, sono questi i principali mezzi di guadagno dell’editoria cartacea. Che si vuole esportare anche sul web: forzandone la logica. Ma si dovrebbe incominciare a metter ordine in questo territorio prima di avventurarsi in terre inesplorate, fatte di byte.

Proposta. Dividere i quotidiani che vogliono fare opinione da quelli che vogliono fare impresa: ai primi i finanziamenti pubblici ai secondi la pubblicità, in maniera esclusiva evitando promiscuità. Un bene per il sistema a mio avviso, prima di intraprendere il viaggio verso il passaggio della stampa dalle rotative ai server. La mappa fin qui disegnata avrebbe dei confini chiari per tutti, Stato, investitori e soprattutto lettori.
Il 2015 è alle porte, e non si vede all’orizzonte nessuna soluzione anche se abbondano i tentativi. L’intuizione forse più illuminante è venuta da Nick Bilton. La dieta mediatica è cambiata, non voglio più un pasto completo ma fare degli spuntini, un po’ di carta, un po’ di tv, un po’ di internet. Snack di byte soprattutto. Si mette al primo posto il (neo) lettore, le sue esigenze di tempo.
Il rischio è quello che i giornali(sti) perdano la loro ambizione di voler essere fari della società, essere insomma educativi. Memori della lezione del padre della BBC che dava al pubblico ciò di cui aveva bisogno più che quello che voleva. Erano altri tempi, e il pubblico era un bambinone: oggi è cresciuto e maturo abbastanza da poter scegliere. Diciamo però che è ancora adolescente, e che vuole dire la sua ma ancora non è pronto per capire tutte le difficoltà del mondo. Adolescente con una crisi ormonale, viste le preferenze che si hanno nel cliccare e leggere notizie relative a tette e culi, travestite da gossip. Lo dimostra non solo l’affaire Sara Tommasi, ma le statistiche di visite che ben conoscono le redazioni digitali dei quotidiani. Oltre agli snack (legati alle dimensioni del pasto mediatico più che alle calorie) bisogna dare anche proteine e verdure. Altrimenti come si può crescere liberamente informati e votare democraticamente?
Il lettore è servito: una bella macedonia di news, con lo spread che aumenta in apertura, poi le ultime dal calciomercato, la crisi del Sudan a seguire, poi un avviso di garanzia in arrivo ad un noto politico, e per chiudere le immagini hot della starletta in vacanza. Questo sembra essere il menù digitale offerto oggi. Un po’ pochino in effetti e ambivalente. Un colpo alla deontologia professionale e l’altro alle visite del sito. Il tutto scritto con lo stesso stile “da pulpito”. Il problema rimane: come poter far soldi, in un luogo dove si crede che tutto sia gratis e dovuto, dove alla concorrenza storica si affianca anche quella dei dilettanti. Per non parlare quella dei colossi hi-tech della Silicon Valley e dintorni.

Proposta 2. Per superare il guado ci sono due strade possibili: andare sui monti, facendo il percorso più lungo, oppure immergersi nel fiume. La prima scelta prevede come primo passo quello di ridare valore alle notizie, poi fare un nuovo patto con il proprio pubblico, questo a prescindere dal mezzo. Il secondo percorso, più diretto, prevede di lasciare a riva alcune delle cose più pesanti di questo mestiere: scendere dal pulpito, mettersi alla pari col lettore e giocarci, utilizzando uno stile capace di lasciarlo a bocca aperta sulla riva a guardarvi nuotare. Fin qui il giornalista, ma l’editore e i manager? Anche loro sono parte del processo di riammodernamento. Dovrebbe quindi finire la guerra civile tra chi scrive le notizie e chi le vende: tra giornalisti e manager.

(continua)

 

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