Donne senza lavoro, l’Italia discrimina | T-Mag | il magazine di Tecnè

Donne senza lavoro, l’Italia discrimina

di Carlo Buttaroni

E’ una donna il nuovo amministratore delegato di Yahoo: Marissa Mayer. Al colosso americano, che ha una struttura localizzata in 25 paesi e fornisce servizi internet in 20 lingue diverse, è arrivata dopo essere stata vicepresidente di Google. E’ anche giovane. Ha appena 37 anni e Forbes l’ha inserita tra le 50 donne più potenti del mondo.
Giovane, donna e incinta di un maschietto che nascerà a ottobre. Bastano queste caratteristiche per collocare la storia della Mayer a una distanza siderale rispetto a quanto accade normalmente nel nostro paese. La Mayer ha comunicato la sua gravidanza al board di Yahoo, insieme all’intenzione di prendere un breve periodo di maternità e – ha precisato – “nessuno ha mosso obiezioni e ha manifestato perplessità”. Cose dell’altro mondo. Già, perché in Italia le donne sono spesso costrette, al momento dell’assunzione, a firmare in bianco le proprie dimissioni in caso di una gravidanza. Un licenziamento camuffato da dimissioni. Una spada di Damocle permanente. Un ricatto al quale le donne sono sottoposte, strette tra la scelta di avere un figlio o conservare il posto di lavoro. Questa pratica incivile, in realtà, era stata vietata con una legge nel 2007, abrogata però l’anno successivo (e senza reazioni particolari) con un decreto dell’allora Ministro del Welfare, Maurizio Sacconi, dal titolo significativo: “disposizioni urgenti per lo sviluppo economico, la semplificazione, la competitività, la stabilizzazione della finanza pubblica e la perequazione tributaria”. Appunto.
Naturalmente nulla avviene a caso. In Italia, il rapporto tra gli occupati maschi e femmine è 100 contro 70. Siamo penultimi, dopo la Grecia. E anche se la situazione, nel complesso, è migliorata (vent’anni fa il rapporto fra gli occupati era di una donna ogni due uomini) e le distanze con i paesi virtuosi si sono accorciate, sul tema dell’accesso al lavoro cresciamo meno degli altri. Rispetto al 1990, ad esempio, scendiamo di un gradino, superati dalla Spagna che nel frattempo è diventata terzultima. E scendiamo anche nella classifica dello sviluppo umano delle Nazioni Unite. Non c’è che dire: se il decreto del Ministro del Welfare interpretava una certa idea di sviluppo, gli effetti che ha prodotto quel modello economico e sociale sono evidenti. Persino sullo spread. Ma non su quello che riguarda i titoli di Stato, bensì quello retributivo. Infatti, a parità di livello, una donna guadagna circa il 18% in meno del suo collega maschio, cioè 1800 punti base. Questo, nonostante le donne entrino nel mercato del lavoro mediamente più preparate e competenti. Basti pensare che su 100 laureati, 58 sono donne e solo 42 uomini.
Il punto è che a questa palese segregazione di genere non corrisponde né un apparato normativo di tutela effettiva delle pari opportunità, né una consapevolezza diffusa nell’opinione pubblica che sanzioni, dal punto di vista dell’accettabilità sociale, le discriminazioni. In fondo, la cosa non stupisce più di tanto e, quindi, non si reagisce. Con un sentimento misto tra accettazione e rassegnazione. E’ una questione di cultura e di pregiudizi. Come quelli che fanno dire alla maggioranza degli intervistati nell’indagine Tecné, che è meglio che a capo di un’associazione di volontariato ci sia una donna, mentre al vertice di un battaglione dell’esercito o della polizia è preferibile un uomo. Stereotipi che spingono tanti, sicuramente troppi, a ritenere migliore un uomo alla Presidenza del Consiglio o alla Presidenza della Repubblica. Mentre una donna, oggi, può essere Segretario di un Sindacato, ruolo che per molti degli intervistati può ricoprire persino meglio di un uomo. Susanna Camusso e, prima, Renata Polverini, hanno contribuito a cambiare profondamente l’immagine del capo sindacale che si era, fino ad allora, alimentato di figure storiche tutte maschili. Hanno aperto una strada. D’altronde, una società s’interpreta e si nutre di simboli, e per cambiare ha bisogno di esempi positivi che diventino patrimonio e narrazione comune. Ed è ciò che manca all’Italia. Ci vorrebbero un po’ di Marissa, anche se è difficile che una donna possa emergere nell’ingessato sistema politico-imprenditoriale italiano.
Il racconto del nostro paese (e la comunicazione pubblicitaria che ne è figlia) vede ancora le donne quasi esclusivamente come angeli della casa. Se lavorano, spesso sono considerate “donne in carriera” che trascurano figli e famiglia. E se in una coppia qualcuno deve fare spazio all’altro per affermarsi in termini professionali, c’è da scommetterci che il sacrificio sarà chiesto alla donna. Nella pubblicità, le donne prevalentemente stirano, lavano e cucinano. Oppure seducono. Quando interpretano il ruolo di manager sono utilizzate per promuovere prodotti per l’igiene intima ma, generalmente, quando salgono sull’automobile di lusso, si siedono sempre accanto all’uomo. Difficilmente sono rappresentate come agenti del sistema economico, politico e culturale, anche se l’intero apparato di welfare, tipicamente familiare com’è quello italiano, si regge sulle donne. Un ruolo di ammortizzatore sociale che si estende, spesso, oltre il nucleo familiare vero e proprio, soprattutto per quanto riguarda le attività di cura dei parenti (diretti e acquisiti) e di educazione dei figli.
La storica carenza di infrastrutture sociali, adeguate a supportare i nuclei in cui entrambi i genitori lavorano, rende difficile conciliare l’attività lavorativa e i carichi familiari, tanto che spesso una donna si trova costretta a scegliere un figlio o il lavoro. Col risultato di essere doppiamente penalizzata, dovendo spesso rinunciare al primo senza riuscire a trovare il secondo. Non è un caso se, in Italia, il tasso di natalità e il tasso di occupazione femminile sono notevolmente più bassi rispetto ad altri paesi avanzati. Anche perché la ricerca di una condizione lavorativa stabile e conciliabile con i futuri carichi familiari, porta le giovani italiane a ritardare l’età della prima gravidanza, quando non a rinunciarvi del tutto. E, infatti, in Italia molte donne non hanno figli: il 24% circa delle nate nel 1965, contro il 10% delle donne francesi nate nello stesso anno.
Nonostante la famiglia e il ruolo della donna siano al centro di tanti bellissimi e appassionati discorsi, le scelte di politica economica dicono il contrario. Basti pensare che nel momento peggiore della crisi, la riduzione dei redditi delle famiglie italiane è stata del 4%, a fronte di una riduzione del Pil del 6%, mentre nella maggior parte degli altri Paesi il reddito delle famiglie è cresciuto. E’ stato così in Francia (Pil -3% e redditi familiari +2%), in Germania e negli Stati Uniti (Pil -4% e redditi delle famiglie +0,5%). Per l’Ocse, l’Italia investe nei sostegni alle famiglie la metà di quanto fanno i paesi ad alto tasso di fertilità, dove cioè nascono tanti bambini, ma anche un quarto in meno dei paesi a bassa fertilità.
Se si guarda al futuro prossimo l’assenza di scelte politiche che migliorino, sin da ora, l’accessibilità delle donne al mondo del lavoro, rimuovendo le diverse forme di discriminazione, rischia di compromettere lo sviluppo del paese. Basti pensare che negli ultimi cinquant’anni la durata media della vita nel nostro paese è aumentata a un ritmo di 3-4 mesi l’anno ma si è accompagnata, purtroppo, a un basso tasso di fertilità e a un conseguente incremento della popolazione anziana che ha cambiato – e lo farà ancora più in futuro – l’equilibrio tra popolazione totale e forza lavoro. Si stima che nel 2030 la popolazione al di sotto dei 39 anni diminuirà del 34%, mentre la popolazione degli over 65 aumenterà del 30%. Una trasformazione che ha (e avrà ancora più nei prossimi anni) inevitabili e pesanti ripercussioni sulla tenuta economica e finanziaria del sistema-paese, se non vengono effettuate scelte in grado di rispondere in maniera adeguata a questa dinamica. Il punto di equilibrio è possibile trovarlo soltanto facendo crescere la popolazione occupata. Oggi, una parte consistente di popolazione femminile italiana si trova ai margini del mercato del lavoro. Nell’Europa dei 25 il tasso di occupazione femminile raggiunge il 60% mentre in Italia è appena il 43%. Agire sullo sviluppo del tasso di attività femminile è la leva strategica per aumentare il tasso di occupazione. Ma per riuscire a fare questo occorre eliminare le forti differenze salariali, i differenti percorsi professionali, il mito del contratto a tempo parziale come miglior soluzione per l’occupazione femminile. Discriminazioni e false credenze ,come quello della “vocazione delle donne a occuparsi della casa”, che si alimentano degli stereotipi che offrono ruoli maschili e femminili, oltre che della mancanza di presa in carico, da parte della società, della responsabilità della maternità, considerata ancora oggi, sostanzialmente, una questione esclusivamente individuale, di cui devono farsi carico le donne. Occorre, invece, passare velocemente dalle parole ai fatti e adottare politiche di conciliazione trasversali alle complessive politiche di sviluppo, mettendo in campo soluzioni finalizzate all’inserimento femminile nel mercato del lavoro e sostenendo le imprese che utilizzano modelli flessibili di organizzazione. Il nostro paese ha bisogno di politiche di sostegno alle giovani coppie e alle famiglie, di riorganizzare gli strumenti di welfare con l’obiettivo di ridurre il deficit di infrastrutture sociali e ampliare l’offerta di strutture e servizi alle persone e all’infanzia, con nuovi modelli organizzativi flessibili dei servizi pubblici.
Prendere consapevolezza di tutto questo, non è funzionale solo a rimuovere ogni forma di discriminazione nei confronti delle donne, ma serve a uscire più velocemente dalla crisi e a rendere più solido lo sviluppo del paese.
Nella convivenza regolata delle società contemporanee, il tema delle “pari opportunità” e delle “pari aspirazioni” continua a proporsi come un fattore di straordinaria rilevanza civile ed economica. La sfida è dare corpo a vissuti, esperienze e valori che siano oggetto di un riconoscimento universale, per realizzare ciò che è reale e necessario. E’ da qui che occorre ripartire per costruire una società capace di futuro.

Questo articolo è stato pubblicato su l’Unità del 23 luglio. Sfoglia l’indagine Tecnè in Pdf.

 

1 Commento per “Donne senza lavoro, l’Italia discrimina”

  1. […] essere mediamente più basso di quello degli uomini del 18% (come riportato inoltre da una recenteindagine Tecnè) e il futuro appare così incerto. Alla domanda sulle possibilità di crescita professionale, […]

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