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Spread alle stelle, vediamo di capirci qualcosa

di Antonio Caputo

Da oltre un anno ormai (era la seconda metà di giugno del 2011) siamo abituati a convivere con la parola “spread”, termine inglese, che sta ad indicare una differenza, uno scarto, tra due valori numerici. In economia finanziaria significa il differenziale di rendimento (quindi di interessi pagati) tra i Titoli di Stato (solitamente a lunga scadenza: per l’Italia viene preso a riferimento il BTP decennale; per la Germania l’analogo Bund) di un Paese e quello di un altro sul mercato secondario. Più è basso il tasso d’interesse che uno Stato paga sui propri Titoli di debito, (minore, quindi, è il loro rendimento) maggiore è l’affidabilità che il Paese riscuote sui mercati.
In sé, lo spread, però, non ha incidenza sui conti pubblici, proprio perché, riguardando il mercato secondario, non si riflette sul rendimento effettivo dei Titoli, ossia sugli interessi effettivamente pagati dallo Stato, per i quali, conta quanto avviene a livello di singola asta dei Titoli: in pratica, quando lo Stato chiede soldi sul mercato, emette titoli di debito, (a breve, media o lunga scadenza) pagandoli un certo interesse, in base all’andamento della contrattazione sul mercato. Ed è proprio la contrattazione sul mercato in sede di asta dei titoli, che fa oscillare il valore degli stessi, in base alla legge della domanda e dell’offerta: maggiore è la richiesta di titoli di un Paese, più il loro prezzo sale, e, di conseguenza, il loro rendimento scende, e, quindi, più basso sarà l’interesse che il Paese emettente pagherà; interesse che resta tale per tutta la durata del titolo. Esempio: asta BTP decennali. Si collocano titoli per 10 miliardi di Euro, ad un interesse del 2%: ciò vuol dire che lo Stato, su quei titoli, pagherà, per tutti i dieci anni, il 2% annuo perché, appunto, ciò che conta per le casse dello Stato è solo ed esclusivamente l’andamento delle aste dei Titoli, indipendentemente dallo spread. La differenza di rendimento si calcola in punti base: se il rendimento tedesco è dell’1.5%, e quello italiano del 6.5%, lo spread, pari al 5%, è (come in questi giorni) pari a 500 punti base, cioè il tasso percentuale di rendimento, moltiplicato per 100.
Dove influisce lo spread è sul mercato secondario: i grossi investitori internazionali e soprattutto gli speculatori, una volta acquistati i Titoli, (e non solo quelli di Stato, ma anche qualsiasi tipo di prodotti finanziari, ad esempio azioni, obbligazioni, futures sulle materie prime come oro, petrolio, cereali, caffè e quant’altro), non se li tengono per aspettarne la scadenza (spesso pluriennale), ma li rivendono, per lucrare sulla differenza tra il prezzo a cui li hanno acquistati (attenzione: non rendimento ossia interesse, ma prezzo, determinato in sede d’asta; il rendimento, dicevamo su, è solo una conseguenza del prezzo) e quello cui li rivendono. Ed è proprio quello che si chiama mercato secondario: secondario perché (mentre quello “primario” è l’originario, cioè le aste dei Titoli), riguarda tutto ciò che avviene dopo (le vendite successive di chi quei titoli ha in mano) ed è un rapporto tra il primo compratore dei titoli, che poi li rivende e i soggetti a cui li ha rivenduti, ma non attiene assolutamente agli Stati emettenti. Ecco perché lo spread in sé non influisce sull’andamento degli interessi che lo Stato paga sui propri titoli: tornando all’esempio precedente, lo Stato continuerà a pagare il 2% risultante dall’asta per tutto il decennio cui i Titoli si riferiscono, anche qualora sul mercato secondario lo spread schizzasse alle stelle.
E allora come mai è così importante questo famigerato spread? Semplice, perché è l’indicatore della fiducia che gli investitori internazionali nutrono in un Paese: maggiore è lo spread, minore è l’affidabilità del Paese sui mercati finanziari. Ed è ovvio che, alla lunga, un Paese il cui spread risulti costantemente elevato, possa indurre dubbi di affidabilità anche sul mercato primario, ossia sulle prossime aste dei propri Titoli, e quindi, in quel caso si avrebbero problemi (reali, non virtuali) per le casse dello Stato.
Di fronte all’esplosione negli ultimi giorni dello spread, il Premier Monti ha espresso la sua preoccupazione, dichiarando di esser rimasto deluso da una discesa dello spread così bassa rispetto alle sue aspettative; ma aggiungendo, a margine del suo viaggio in Russia, dove si è recato per concludere contratti per le nostre aziende, che quel che conta è l’economia reale, i cui fondamentali per l’Italia erano e restano solidi, soprattutto a seguito delle numerose riforme avviate, ed i cui frutti si percepiranno più in là nel tempo.

 

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