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A chi gioverebbero le elezioni anticipate?

di Fabio Germani

Se la giornata di venerdì era stata nera, il lunedì seguente è stato nerissimo con lo spread schizzato a 529 punti base per poi raggiungere quota 537 l’indomani. Numeri vertiginosi che tanto hanno ricordato i livelli di novembre 2011, quando Berlusconi fu costretto alle dimissioni da presidente del Consiglio. Abbiamo quindi compreso che, nonostante l’inerzia che caratterizzò gli ultimi scorci di vita del precedente governo, sono diverse le variabili che alterano l’andamento dello spread. Di qui, dunque, le trattative in atto tra i leader politici – stando ai resoconti dei beninformati – al fine di andare al voto anticipatamente nel mese di novembre. Perché – sarebbe stato il ragionamento comune – se neppure il governo tecnico è riuscito a mettere un freno alla crisi (che è sistemica, come ha notato Marco D’Egidio su queste colonne) procrastinare l’agonia vorrebbe dire arrivare all’appuntamento del 2013 privi di qualsiasi credibilità, avendo sostenuto un esecutivo che nulla ha potuto se non prendere decisioni impopolari. Da par suo il premier Mario Monti sa bene che tali difficoltà sono figlie di una situazione più grave che investe l’intera eurozona e che non riguarda solo l’Italia (Atene è perennemente in bilico e la Spagna è in subbuglio). Anzi, il professore rivendica di avere fatto il possibile e dalla Russia, dove a inizio settimana ha incontrato Putin, rinviava il dibattito a tempo debito. Così come martedì è stato proposto anche dal segretario del Pdl, Angelino Alfano.
Quale exit strategy sarebbe stata concessa tuttavia a Monti? E con quali prospettive per il Paese oltre che per i partiti che compongono la “strana maggioranza”? Difficile a dirsi. In primis perché, come è stato fatto notare da più parti, finché non verrà sciolto il nodo legge elettorale (e i tempi tecnici sono ristretti, troppo ristretti) è quasi impossibile stabilirne le modalità. In secondo luogo perché alcune scadenze (ad esempio l’adozione dello scudo anti-spread stabilita al vertice europeo di fine giugno) nonché i numeri sempre poco lusinghieri (su tasso di disoccupazione, potere d’acquisto e via discorrendo) non rappresentano di certo il miglior viatico per contenere nel frattempo la volatilità dei mercati. Soprattutto in virtù di una campagna elettorale tutta da decifrare, con i programmi da scrivere e le coalizioni ancora da definire. In che modo, poi, i partiti si sarebbero presentati alle urne? Ad essere catastrofici, meglio di quanto possano fare tra un anno, ma pur sempre in apnea e con l’ipotesi non affatto remota di un Monti bis, corroborato stavolta dal supporto della “legittimazione” politica. Ma un Monti parafulmine di un esecutivo à la tedesca (anche se su quest’ultimo aspetto, riferivano i soliti beninformati, le posizioni di Casini e Bersani divergevano, con il secondo che nel caso avrebbe preferito il leader del primo partito a capo del governo anziché l’attuale premier) quanto sarebbe funzionale alla causa dell’Italia?
Vi sono poi altre questioni che non permettono di credere più di tanto all’idea di andare ad elezioni anticipate. Alcune prettamente tecniche, altre squisitamente politiche.
Chi è disposto, ora, a prendersi in carico non poche gatte da pelare? La spending review e l’accorpamento delle Province prima invocato e poi vituperato, tanto per dirne una. Gli enti sostengono, comprensibilmente, una maggiore razionalizzazione che garantisca ai cittadini tutti i servizi che ora potrebbero essere a rischio (chiaro il riferimento del presidente dell’Upi, Giuseppe Castiglione, all’apertura delle scuole). E ancora: la corretta individuazione dei lavoratori esodati su cui le posizioni di governo e parti sociali sono ancora molto distanti (intanto mancherebbero i fondi per allargare la platea). Tutte questioni, appunto, che richiedono soluzioni rapide e non deleteri rallentamenti.
Infine, i diritti civili. In particolar modo nel Pd il tema delle unioni omosessuali – “Noi le facciamo, gli altri si regolino”, aveva sentenziato qualche giorno fa Bersani – ha sconquassato nelle scorse settimane le diverse anime del partito. Ma date le parole del segretario per un impegno preso, come sarà possibile inserirle in agenda supponendo l’esistenza di una seconda “strana maggioranza” composta da democrat (già molto divisi sull’argomento), Udc e Pdl?
Ultima osservazione: l’ennesima discesa in campo di Berlusconi – che in verità non ha messo d’accordo proprio tutti nel centrodestra – appare piuttosto un ostacolo a quegli sprazzi di dialogo “responsabile” tra i leader di maggioranza ravvisati negli ultimi mesi. È ovvio che, una volta chiusa l’attuale fase, sarà di nuovo la politica a dettare le priorità per tornare a crescere. Ma andare al voto in tempi così stretti, considerate le difficoltà del momento, a chi gioverebbe? Al contrario, qualsiasi altra ipotesi equivarrebbe adesso al raggiungimento del punto di non ritorno. E in tutta onestà, non è questo il momento migliore per buttarsi nella mischia.

 

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