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Usa 2012. La situazione a cento giorni dal voto

di Antonio Caputo

Cento giorni: tanti ne mancano al 6 novembre, data delle elezioni americane. Non solo presidenziali: al voto (come ogni due anni) l’intera Camera, un terzo del Senato e alcuni governatori (11, per la precisione).
Per le presidenziali continua la sostanziale stabilità evidenziata nei sondaggi, sempre tenendo conto di quanto ci siamo dalla prima tappa di questa rubrica, di guida alle presidenziali. Gli Stati restano pressoché tutti nella stessa classificazione della volta scorsa, senza variazioni di rilievo.
Ci occupiamo, dunque, anche delle altre competizioni elettorali per le quali si vota il 6 novembre.
Riguardo i governatori, degli 11 Stati che vanno al voto, otto hanno un governatore democratico, tre un repubblicano. Stando ai sondaggi, i tre Stati (Indiana, North Dakota, Utah) guidati dai Repubblicani dovrebbero confermare agevolmente la vittoria del partito di Romney; più complessa la situazione per i Democratici, la cui vittoria è quasi certa in quattro (Vermont, Delaware, West Virginia, Missouri) degli otto Stati governati; situazione in bilico in altri tre (New Hampshire, Montana e Washington), mentre la North Carolina è a forte rischio ribaltone.
Per la Camera, quasi impossibile far previsioni: la situazione uscente vede una maggioranza repubblicana piuttosto netta, con 242 seggi contro i 193 per i Democratici. Di norma è difficile scalzare maggioranze nette, ma è esattamente quanto successe due anni fa: la ancor più netta maggioranza democratica uscita dalle elezioni 2008 (256 seggi a 179), venne rovesciata da un’ondata repubblicana massiccia, col partito di Romney che ne espugnò 66 seggi perdendone solo tre. I sondaggi nazionali danno al momento una situazione di quasi parità (uno – due punti di vantaggio ai Repubblicani) a livello nazionale, un dato che (come in ogni sistema maggioritario) può voler dire tutto e niente. Due anni fa i Repubblicani staccarono nazionalmente il partito di Obama di circa sette punti; nel 2008 furono i Democratici ad imporsi con un vantaggio nazionale di quasi 11 lunghezze. E’ chiaro che in caso di scarti, di “spread” si direbbe, così netti, un sistema maggioritario produce maggioranze parlamentari chiare. In caso però di quasi parità, tutto è in bilico.
Sull’esito influiranno certamente i risultati del censimento, che ha comportato una redistribuzione dei seggi tra gli Stati: in particolare, hanno perso un po’ di seggi gli Stati tradizionalmente democratici, mentre ne hanno guadagnati gli Stati più repubblicani. Alla redistribuzione consegue il ridisegno dei collegi uninominali (i 435 deputati sono eletti tutti in collegi uninominali maggioritari, ovunque a turno unico, tranne in Louisiana, dove è previsto il ballottaggio), che avviene Stato per Stato ed è, spesso, soggetto ad abusi da parte del partito che controlli integralmente il procedimento normativo dello Stato (il partito che detenga la maggioranza in entrambe le Camere del Parlamento dello Stato ed in più il governatore), partito che può ritagliare territorialmente ad arte i collegi (c.d. “gerrymandering”) per favorirsi in sede di elezioni. Il combinato disposto tra redistribuzione dei seggi tra Stati e ridisegno dei collegi potrebbe far oscillare il risultato finale di quei pochi seggi in più o in meno che (stante la quasi parità) determineranno la vittoria.
Ancor più incerto l’esito al Senato: qui si rinnovano 33 dei 100 seggi totali (due per ogni Stato, indipendentemente da estensione territoriale e popolazione, con elezione popolare a livello dell’intero Stato e separatamente, ossia in anni diversi per i due senatori dello Stato).
Dei 33 uscenti, dieci sono repubblicani; di questi, il partito di Romney, al momento ha la quasi certezza di confermarne sei (Wyoming, Utah, Arizona, Texas, Mississippi, Tennessee), con buone possibilità di mantenere anche Indiana e Nevada; incertissimo il Massachusetts, certa la perdita del seggio in Maine, a beneficio, peraltro, non di un Democratico, ma dell’ex governatore (un indipendente, che dovrebbe votare con i Democratici).
Degli altri 23 seggi, il partito di Obama ne ha 21 cui deve aggiungere gli altri due, che comunque votano con i Democratici (un ex Democratico moderato in Connecticut, un Socialista in Vermont); di essi, ha la quasi certezza di confermarne 11 (Vermont, Rhode Island, New York, New Jersey, Delaware, Maryland, West Virginia, Minnesota, California, Washington, Hawaii) e buone probabilità di mantenerne altri quattro (Connecticut, Pennsylvania, Ohio, Michigan). In tutti gli altri il rischio è concreto: flebile vantaggio in New Mexico, massima incertezza in Montana, Virginia e Florida; in altri tre il candidato democratico insegue di qualche lunghezza (ma la partita non è affatto chiusa) quello repubblicano: Wisconsin, Missouri, North Dakota; seggio perso a beneficio repubblicano in Nebraska.
Ed ecco la situazione delle presidenziali:

Blindati Obama: Maine/1° distretto (1); Vermont (3); Massachusetts (11); New York (29); Delaware (3); Maryland (10); District of Columbia (3); California (55); Hawaii (4). Totale: 119.

Molto probabili Obama: Maine/Stato (2); Rhode Island (4); Connecticut (7); New Jersey (14); Illinois (20); Minnesota (10); New Mexico (5); Washington (12). Totale: 74.

Vantaggio vulnerabile Obama: Maine/2° distretto (1); Pennsylvania (20); Wisconsin (10); Oregon (7). Totale: 38.

Completamente incerti: New Hampshire (4); Ohio (18); Michigan (16); Iowa (6); Colorado (9); Nevada (6); Virginia (13); Florida (29). Totale: 101.

Vantaggio vulnerabile Romney: Missouri (10); Nebraska/2° distretto (1); North Carolina (15). Totale: 26.

Molto probabili Romney: Indiana (11); Montana (3); Arizona (11); South Carolina (9); Georgia (16). Totale: 50.

Blindati Romney: West Virginia (5); Kansas (6); Nebraska/Stato (2); Nebraska/1° distretto (1); Nebraska/3° distretto (1); South Dakota (3); North Dakota (3); Idaho (4); Wyoming (3); Utah (6); Alaska (3); Texas (38); Oklahoma (7); Arkansas (6); Louisiana (8); Mississippi (6); Alabama (9); Tennessee (11); Kentucky (8). Totale: 130.

 

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