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Riforma elettorale, qualcosa si muove

di Antonio Caputo

Dopo tanti rinvii, e relativi rimpalli di responsabilità tra i partiti, sembra che qualcosa si stia muovendo sulla riforma della legge elettorale, tema sul quale il Presidente Napolitano si è più volte speso per sollecitare modifiche che ci portino al voto (in qualsiasi momento dovesse avvenire) con regole diverse, evitando il ritorno alle urne per la terza volta con le attuali norme.
Le fibrillazioni sulla riforma rischiano di condizionare la tenuta della maggioranza che sostiene Monti: il Pd teme il ritorno dell’asse Pdl-Lega che con un blitz possa imporre la propria proposta; il Pdl teme il voto anticipato e così, tra veti e sospetti reciproci, si va avanti “alla giornata”. Un punto fermo è stato messo dal Presidente Napolitano che ha bacchettato entrambi, biasimando tanto il PdL che intendeva procedere a maggioranza (accordandosi con la Lega), quanto, soprattutto, il Pd che minacciava le elezioni anticipate, ribadendo il Capo dello Stato la propria prerogativa in tema di scioglimento delle Camere.
Il richiamo di Napolitano ha fatto “abbassare la cresta” a Pdl e Pd, e da quel momento sono riprese sotto traccia le trattative. Spieghiamo, intanto, approfittando dell’intervista a Repubblica dell’ex ministro Calderoli, padre dell’attuale legge ribattezzata “Porcellum”, come funziona il meccanismo ora vigente.
Alla Camera, premio di maggioranza pari al 55% (escluso il collegio uninominale della Val d’Aosta e i seggi riservati agli italiani all’estero) dei seggi (approssimati all’unità superiore) per la coalizione più votata; riparto proporzionale tra le altre coalizioni per il restante 45%. Stabiliti quanti seggi spettino a ciascuna coalizione, riparto proporzionale dei seggi interno alla coalizione, tra i partiti che la compongono. Sbarramenti (nazionale): per la coalizione, 10% dei voti; per le liste non coalizzate, 4%; all’interno della coalizione, 2%, più il ripescaggio per la migliore sotto il 2. Se una coalizione non raggiunge il 10%, ma al suo interno vi fosse una lista oltre il 4%, quella lista parteciperebbe al riparto seggi.
Al Senato, il premio del 55% dei seggi (approssimati all’unità superiore) alla coalizione più votata, è regionale (escluse Val d’Aosta, collegio uninominale, Trentino, dove resta il vecchio Mattarellum, Molise, dove i due seggi sono appannaggio dei primi due partiti, e italiani all’estero). Riparto proporzionale interno alla coalizione (una volta stabilito quanti seggi le spettino) tra i partiti che la compongono; sbarramento (regionale) al 20% di coalizione, all’8% per le liste da sole, e al 3% interno alla coalizione, senza ripescaggi. In entrambe le Camere la modalità di elezione dei candidati è in lista bloccata.
Il PdL ha presentato, come anticipato nei giorni scorsi, la sua proposta, che prevede un sistema ad impianto proporzionale, con “premio di governabilità”, pari al 10% dei seggi, a beneficio del primo partito, e una modalità di elezione dei candidati, per un numero di seggi pari a due terzi (approssimati all’unità superiore) di quelli assegnati alla singola circoscrizione, da scegliere con le preferenze (multiple, fino a tre ma con la previsione che nel caso l’elettore ne esprima per lo meno due, deve esserci un’alternanza di genere, ossia per lo meno una donna), e per il restante terzo in lista bloccata; ancora, sbarramento nazionale al 5%. Il PD dal canto suo vorrebbe il “premio” non al primo partito, ma alla coalizione e preferisce i collegi uninominali alle preferenze, foriere, a detta del responsabile riforme del Partito di Bersani, l’ex presidente della Camera, Luciano Violante, di far esplodere i costi delle campagne elettorali, di aumentare la frammentazione interna ai partiti, esasperando il formarsi di cordate e correnti, e di favorire infiltrazioni della criminalità organizzata (nonché di far esplodere meccanismi clientelari) soprattutto al Sud.
Secondo i rumors, però, un tentativo d’intesa venendosi incontro, starebbe maturando: il PD potrebbe accettare il “premio” al primo partito, in cambio di una rinuncia del PdL alle preferenze, accettando i collegi uninominali stile “Provincellum”, ossia collegi non maggioritari, ma proporzionali, dove, dato il numero di seggi spettanti ad un partito, scatterebbe l’elezione nei collegi in cui il partito riporta le percentuali più alte, fino a concorrenza dei seggi. Pare però escluso, essendo la trattativa ancora alle prime armi, che si possa concludere qualcosa entro la pausa estiva: più probabile se ne riparli a settembre, il che farebbe saltare l’ipotesi elezioni anticipate. Vedremo.

 

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