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Il cantiere del centrosinistra

di Antonio Caputo

L’incontro Bersani – Vendola ha piantato i primi mattoni del “cantiere” che dovrà dar vita al Centrosinistra; il vertice a due ha messo dei punti fermi: si va verso la chiusura dell’alleanza con Di Pietro, a seguito dei suoi attacchi su tutti i fronti, dal Governo, alla maggioranza, al Presidente della Repubblica; salta poi il veto vendoliano nei confronti dell’UdC.
Inutile dire come specie gli ambienti Democrat più vicini al Quirinale (Enrico Letta) non sopportino più l’escalation dipietrista, ed è immaginabile il sollievo con cui hanno colto l’esito del vertice: la costruzione di un nuovo Centrosinistra, che scarichi Di Pietro, e includa Casini, è ciò che la ex Margherita auspicava da tempo (Rosy Bindi ebbe a dire nel 2008, contestando all’allora segretario Veltroni il patto con IdV e radicali, che il PD aveva commesso l’errore di “correre contemporaneamente solo e male accompagnato”).
Tornando al vertice PD – SEL, proprio Vendola ha usato parole forti, parlando di DiPietro come di uno che con i suoi toni populistici sta “andando alla deriva”, a differenza di Casini, con il quale poter allargare il perimetro del Centrosinistra; prospettiva che ha scatenato sul web la rivolta degli elettori di SEL poco inclini a “morire democristiani”, costringendo così il Governatore pugliese a una mezza retromarcia.
Vendola, per rimediare, ha annunciato la sua candidatura alle primarie del Centrosinistra, cercando di mettere dei paletti proprio sul punto più indigesto per i suoi elettori, ossia l’alleanza con l’UdC, con cui “un’intesa è possibile solo a patto che il Partito di Casini accetti i punti salienti del programma di Centrosinistra, in particolare sulla discontinuità con le politiche liberiste degli ultimi decenni (compreso il Governo Monti), e sui diritti civili, con il riconoscimento delle unioni gay”. Paletti stringenti, per non dire indigesti, per l’UdC e sui quali l’eventuale coalizione potrebbe trovarsi impelagata in divisioni interne che rischiano di riprodurre quanto occorso al governo Prodi.
Dal canto suo DiPietro non resta a guardare: dopo aver presentato quattro referendum in Cassazione, sui temi “anti-casta” e sul lavoro, ha a sua volta annunciato la propria candidatura alle primarie. La polemica si accende in quello che fu lo “schieramento di Vasto”, con la foto scattata un anno fa che oggi sembra in pezzi. Bersani ha infatti dichiarato che Di Pietro ha preso una strada, che si sta distanziando sempre più da quella del PD. Casini, intanto, annuncia il suo “silenzio per carità di Patria”, ancora una volta non svelando le sue carte ma dichiarando sibillino “Rispetto Bersani, ma lui sta facendo il suo mestiere, cioè organizzare il campo dei progressisti; a noi spetta un altro compito, radunare i moderati”.
Con la sua presentazione alle primarie, il leader IdV si aggiunge agli altri concorrenti di una competizione che si preannuncia sempre più interessante: mai primarie per la leadership del Centrosinistra erano state più incerte; non quelle del 2005, con Prodi vincitore scontato (e trionfante con quasi il 75% sull’allora Segretario di Rifondazione, Bertinotti, al 14%; le briciole o poco più agli altri segretari dei partiti minori, Di Pietro, Mastella e Pecoraio Scanio); meno che mai quelle del 2007, con Veltroni incoronato Segretario (e a sua volta vincitore con un plebiscitario 75% su Rosy Bindi ed Enrico Letta); già meno scontato, anche se poi i pronostici della vigilia vennero ampiamente rispettati, l’esito nel 2009, tra l’allora segretario, Dario Franceschini, e Pierluigi Bersani, sfidante favorito e vincitore (ma senza il plebiscito delle due tornate precedenti: all’ex Ministro andò infatti circa il 53%, venti punti di vantaggio sull’uscente); terzo incomodo Ignazio Marino, che puntando su rinnovamento e diritti civili, sfiorò il 14%.
La candidatura dipietrista potrebbe essere uno sgarbo a Vendola, dal quale l’ex magistrato non si sarebbe aspettato la “svolta” (in parte rientrata) emersa nell’incontro con Bersani. Sgarbo al Governatore pugliese perché candidandosi, l’ex PM andrà a pescare in massima parte tra chi avrebbe votato per il leader di SEL: è a sinistra di Bersani che entrambi raccoglieranno la più gran parte dei loro voti (ma Di Pietro toglierà qualcosa anche al segretario PD) e così facendo, il leader IdV indebolirà la candidatura di Vendola.
Sul versante moderato della coalizione, intanto, “scalda i muscoli” il Sindaco di Firenze, Matteo Renzi, volto nuovo e (anche anagraficamente) giovane; ciò nonostante già con positive esperienze di governo locale: dal 2004 al 2009 Presidente della Provincia e dal 2009, vinte a sorpresa le primarie (battendo, da outsider, sia l’Eurodeputato Lapo Pistelli, sostenuto dal segretario nazionale, Veltroni e dal suo vice, Franceschini; sia il candidato dalemian/bersaniano e Vice Sindaco uscente, Graziano Cioni), Sindaco del Capoluogo toscano. Alle comunali il suo pedigree moderato gli alienò le simpatie di una sinistra radicale che gli presentò contro due candidati (con discreto successo) impedendo a Renzi la vittoria al primo turno ed illudendosi così di contrattare l’alleanza per il secondo, condizionandone il programma. Ma Renzi, da un lato, certo della vittoria (contro l’alfiere del PdL,, Giovanni Galli, persona degnissima, ma senza alcuna chance), dall’altro indisponibile a patti che ne avrebbero limitato l’azione di governo, disse no all’apparentamento con chi non lo aveva appoggiato sin dal primo turno: discorso chiaro, coerente, e di cui ci sarebbe bisogno anche in chiave nazionale. Oltretutto il Sindaco di Firenze è l’unico in grado di poter sfondare al centro.
A completare il quadro, l’Assessore alla Cultura, Stefano Boeri, e quello al Bilancio, Bruno Tabacci, del Comune di Milano. Boeri già sconfitto alle primarie meneghine da Pisapia, e Tabacci in rappresentanza dell’ApI che non fa parte del Centrosinistra, sembrano candidature di contorno, senza possibilità di vittoria, che, più che al dato nazionale, sembrano rivolte (come anche, se dovesse candidarsi, l’ex “rottamatore” Pippo Civati) alla sfida che si profila per la Regione Lombardia: un risultato nazionale, da spendere in sede di corsa per il Pirellone.

 

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