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Cosa insegna l’impresa di Josefa Idem

di Mirko Spadoni

Che possa rappresentare un esempio per tutti. Josefa Idem, 48 anni il prossimo 23 settembre, è un’atleta eccezionale: nelle otto olimpiadi disputate è arrivata altrettante volte in finale, portando a casa cinque medaglie. Due bronzi, uno a Los Angeles (vinto con la Germania dell’Ovest) l’altro ad Atlanta (vinto, come il resto delle medaglie, indossando i colori azzurri). Due argenti conquistati nei giochi di Atene e Pechino. E, infine, un oro a Sidney, nel 2000.
Non solo: le cinque medaglie olimpiche si vanno a sommare alle altre 30 conquistate tra Mondiali, Europei e Giochi del Mediterraneo a cui ha partecipato nel corso della sua carriera terminata oggi, dopo la finale di Londra chiusa al quinto posto, a tre decimi dal podio e, conseguentemente, da un’altra medaglia.
Tre decimi sono pochissimo, un’inezia. Ma tutto questo deve essere sfuggito a qualcuno, che immediatamente dopo la gara si era lasciato sfuggire velate parole di critica o di disappunto, salvo poi correggere il tiro e celebrare la Idem per quello che è, per quello che ha fatto e rappresenta. “E’ immensa, è la nostra medaglia d’oro. Ha vinto per sé, per la famiglia e per l’immagine del Paese. Il suo è un risultato straordinario. Lei è la vera novità di questa Olimpiade per tutto il mondo”, ha detto giustamente il presidente del Coni Gianni Petrucci.
“Spero di aver ispirato i giovani, ma – ha detto la canoista azzurra al termine della finale – spero soprattutto di essere stata fonte di ispirazione per la mia generazione: non è mai troppo tardi per sognare, non è mai troppo tardi per mettersi in moto. Questo è il messaggio che mando a chi ha la mia età”. Ha ragione la Idem quando parla così. Quarantasette anni non sono e non saranno mai abbastanza per tirare i remi in barca.
Idem deve essere d’esempio anche per la lucidità mostrata nei momenti immediatamente successivi alla gara. D’esempio, per chi in questa Olimpiade non è stato in grado, dopo certe sconfitte o, meglio, dopo certe “figuracce incredibili”, di tener a freno la bocca. Distaccata, professionale, la Idem ha trovato il tempo anche di dedicare un pensiero e qualche parola ad Alex Schwazer. “Lo vedo come un figlio che ha sbagliato”, ha detto del giovane maratoneta trovato positivo ad un test antidoping. “Dovrà pagare per quello che ha fatto, ma è giusto che si rifaccia una vita”.
Queste parole non possono che accrescere il dispiacere per la decisione della Idem di abbandonare lo sport agonistico. “Sono dispiaciuta – ha detto – perché questa era la mia ultima gara”. Ha deciso di chiudere la propria carriera perché “questo è il momento di smettere, era diventata troppo dura”, ha spiegato. Posa la pagaia, dopo averla usata per un’ultima volta e aver chiuso la sua ottava finale olimpica a tre decimi dal podio. Sarebbe stata una medaglia di bronzo, importante per arricchire il nostro e il suo medagliere, ma non necessaria per farci ricordare della Idem come una campionessa.

 

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