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L’Italia che ce la deve fare

di Fabio Germani

Quale Italia si è vista a Londra? Come sono apparsi – al di là del bilancio strettamente sportivo – lo stato di salute e il morale della nostra avanguardia, i campioni, i giovani di punta, i tecnici? La trentesima Olimpiade ci restituisce certo l’idea di un Paese in difficoltà, l’immagine di una nazione che si rivela talora insicura di sé. Ma che in qualche modo regge. Tiene. Attinge alle riserve tradizionali: la provincia, la famiglia, lo spirito di gruppo. E si apre agli apporti dei nuovi italiani: i figli degli immigrati, le ultime generazioni.
Ovviamente le risposte che può dare un’Olimpiade riguardano soprattutto il movimento sportivo. Sono altri gli indicatori che contano per l’economia, la politica, la società. Ma nel mondo globale lo sport è sempre segno di qualcosa di più complesso.

La chiave di lettura che Aldo Cazzullo dà sul Corriere della Sera non è da ritenersi così grossolana. Anzi. Altra questione – e su queste pagine nel mese di giugno ci siamo divertiti non poco a fare le pulci a un certo modo di fare giornalismo – è lanciarsi in improbabili paragoni calcistici-economici, come se una eventuale vittoria della Germania all’Europeo di calcio potesse decretare la superiorità teutonica o il momento non favorevole di paesi quali Grecia, Spagna (campione) e Italia (vicecampione). Lo sport nel suo insieme, al di là di un ragionamento sul mero risultato agonistico, può dire molto sullo stato di salute di una nazione. E l’Italia che appare l’indomani della chiusura dei giochi olimpici di Londra, per dirla con Cazzullo, è a due velocità. Da tempo soffriamo di ritardi infrastrutturali (gli impianti per praticare determinate discipline non sono delle migliori) a cui rispondiamo con l’eccellenza del singolo, il sacrificio e la devozione che agli italiani non mancano nel momento della necessità. Ma è troppo poco per competere con le “grandi” e “nuove” potenze, come ad esempio la Cina. Quello che manca al nostro Paese – e tanto lo sport quanto la cultura sono lì a ricordarcelo quotidianamente – è il senso del rinnovamento, dell’innovazione. Concetti che dovrebbero essere alla base di un Paese in continua evoluzione. Ecco, gli italiani si sono fermati.
Siamo costretti irrimediabilmente a inseguire gli altri. Lo facciamo in molti settori: dall’economia alle tecnologie non comprendendo fino in fondo quanto i diversi ambiti siano in verità interdipendenti e non un esclusivo campo di competenza per poche e selezionate élite.
Siamo indietro per ciò che riguarda l’obiettivo dell’agenda digitale (tra i pilastri del secondo pacchetto del governo per la crescita) e abbiamo perso terreno – anche per le inefficienze delle istituzioni – in uno dei settori in cui potevamo vantare una discreta leadership: la green economy.
E ancora: il caso Ilva di Taranto è sintomatico dell’inerzia a cui abbiamo assistito troppo a lungo. Rinvii e negligenze hanno permesso lo sviluppo di un conflitto di interessi senza eguali nella grande acciaieria: tutela dell’ambiente e della salute da una parte, diritto al lavoro dall’altra. E il secondo caso agostano, quello della compagnia aerea Windjet in fallimento che secondo Vito Riggio, presidente dell’Enac, è il chiaro segno di un problema molto più vasto (“È a rischio l’intera aviazione italiana”, ha chiosato in un’intervista al Messaggero).
Non siamo un Paese da buttare, ma va impedito che a farlo siano le future generazioni. E c’è un solo modo per tornare a crescere e scrollarsi di dosso l’alone di inadeguatezza che ci trasciniamo dietro da anni: ricominciare a fare cose che un tempo erano la nostra prerogativa, innovando e obbligando gli altri a prenderci come modello. È l’unica opportunità che abbiamo di essere competitivi in un mondo sempre più ostico e in crisi perenne.

 

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