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Di Pietro: un crescendo che rischia di isolarlo

di Antonio Caputo

La caduta di Berlusconi ha imposto un cambiamento di strategia a tutto il sistema politico, compreso Di Pietro. Va detto che il leader Idv, abituato a forti toni polemici, non li ha certo dismessi, pur cambiando bersaglio.
Minacciata da Bersani di rottura dell’alleanza, l’Idv a novembre vota la fiducia a Monti, dichiarando “valuteremo provvedimento per provvedimento”; ma quello fu l’unico voto pro esecutivo: dalla manovra di dicembre l’Idv passa all’opposizione e di li è un’escalation polemica contro governo e maggioranza. Tali polemiche hanno incrinato, fino a spezzare, l’asse col Pd, ma, finché si limitavano a esecutivo e maggioranza, non minacciavano i rapporti con Vendola.
Quel che invece rischia di isolare Di Pietro, è l’atteggiamento verso il presidente Napolitano. Non che scontri, anche aspri, col Quirinale fossero mancati già negli anni di Berlusconi a proposito delle firme del Colle su alcuni provvedimenti controversi. Da qualche mese però, i toni del leader Idv verso il capo dello Stato si vanno facendo assai duri, in un’escalation che pone di fatto l’Idv fuori da ogni dialogo non solo col Pd, ma anche con Sel.
Si parte con gli attacchi sulla trattativa Stato-mafia in particolare sulle telefonate tra il Quirinale e Nicola Mancino, indagato a Palermo; polemiche amplificate dalla morte del consigliere giuridico del presidente, Loris D’Ambrosio.
Si prosegue con una dichiarazione sul suo blog: “il governo Monti col continuo ricorso ai decreti legge e alla fiducia, comprime il ruolo del Parlamento” (fin qui non certo una voce isolata e non senza qualche ragione), aggiungendo però “calpestando la Costituzione; temevamo di aver visto il peggio con Berlusconi ma ci sbagliavamo: avevamo sottovalutato il duo Monti-Napolitano”.
Il picco è raggiunto nell’ultima settimana: dall’intervista al settimanale Oggi, con Di Pietro che ricorda l’interrogatorio di Craxi nel processo di tangentopoli; a quella, di Orlando, al Fatto Quotidiano, dove il sindaco di Palermo accusa Napolitano di delegittimare i pm; settimana conclusa con Di Pietro che si scatena sul suo blog contro il capo dello Stato “briga per impedire di arrivare alla verità sulla trattativa Stato-mafia”. Ma torniamo a Craxi: il leader socialista chiamava in ballo per i finanziamenti illeciti tutti i partiti, compreso, riferisce Di Pietro, “il Pci dell’on. Napolitano, il quale era addentro al sistema”. E, Di Pietro aggiunge, “ritengo Craxi riferisse fatti veri, perché accusò anche se stesso”. Delle due l’una: o l’ex pm ha detto il falso, e allora si tratta di offesa all’onore e al prestigio (è reato) del presidente della Repubblica, oppure ha detto il vero, e in quel caso gli andrebbe chiesto come mai su dichiarazioni (di Craxi) che riferissero notizie di reato (finanziamenti da Mosca al Pci), la Procura di Milano non si fosse mossa. Così l’ex pm rischia di legittimare la polemica di chi sostiene che le procure non siano state equanimi, scavando a fondo contro il pentapartito, ma lasciando (quasi) indenne il Pci/Pds. Tertium non datur: o siamo dinanzi a una calunnia contro il capo dello Stato, o all’ammissione di un’omissione della magistratura (un avvertimento al Pd?).
I toni sempre più aspri verso Napolitano, sono, probabilmente, la risposta a una parte del suo elettorato, che rischiava di prendere, accompagnato da un certo settore del giornalismo (Il Fatto Quotidiano, in cui si distingue Marco Travaglio), la via di Grillo, assottigliando il bacino elettorale dell’Idv. I sondaggi sono stabili (7%) ma le amministrative, quest’anno come l’anno scorso, non sono andate bene, tranne che a Palermo e Napoli, vittorie dovute però (come dimostra la massa di voti disgiunti) più ad affermazioni personali di Orlando e De Magistris che non alla forza dell’Idv.
Il rischio dell’isolamento è di finire come la Sinistra Arcobaleno: stritolata tra chi non la considerava abbastanza governativa (e votò Pd e Idv), e chi non la considerava abbastanza di opposizione (e si astenne o votò le micro formazioni di ultra sinistra, che sommate ottennero un 1,4%, che unito alla casa madre le avrebbe permesso di entrare almeno alla Camera), la formazione di Bertinotti finì fuori dal Parlamento. Per non ripetere quell’esperienza, Tonino gioca d’anticipo: anche perché, non potendo seguire il Pd nell’alleanza con l’Udc, altro non resta che il radicalismo, pur mettendo in conto di perdere così qualche voto governativo, ma guardando, in concorrenza con Grillo, ai voti d’opposizione, che ritiene ben maggiori, dato il momento di crisi. Di qui il puntare sui temi economico – sociali, con la proposizione dei referendum sul lavoro, oltreché sui classici temi anti-casta: l’ex pm può così far concorrenza sia a Grillo, sia a Vendola.
Il divorzio con Bersani e la fine della foto di Vasto, non vengono digeriti da una fetta del partito (il capogruppo Donadi su tutti), che potrebbe scindersi per confluire nel Pd. Di Pietro, però, non sembra curarsene più di tanto: negli anni ha subito vari addii senza che la forza elettorale ne abbia risentito. I voti al partito in sostanza li porta lui (con le ricordate eccezioni), ed eventuali abbandoni, come fu negli anni scorsi per De Gregorio, Scillipoti ma anche Franca Rame, non avranno molto effetto. Per paradosso, in ciò Di Pietro somiglia al “nemico” Berlusconi: il partito è plasmato dal leader, ed il voto al partito è un voto al capo; altri personaggi (con poche eccezioni, in entrambi i casi) sono poco più che di contorno.

 

1 Commento per “Di Pietro: un crescendo che rischia di isolarlo”

  1. claudio

    vai tonino w idv….sei il migliore…

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