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La sfida/6

di Antonio Caputo

Nuova tappa nel percorso di avvicinamento alle elezioni presidenziali del prossimo 6 novembre. Siamo ormai alla vigilia delle convention dei due partiti principali (i partiti minori le hanno già tenute in precedenza). In ordine cronologico, comincia il partito sfidante, in questo caso i repubblicani, dal 27 al 30 agosto, a Tampa (in Florida, uno Stato da decenni oscillante tra i due partiti), e chiude il partito che detiene la Casa Bianca (non importa se il presidente uscente si possa – come quest’anno con Obama -, o meno ricandidare), in questo caso i democratici, dal 3 al 6 settembre, a Charlotte (in North Carolina, uno Stato dove, dopo decenni di vittorie repubblicane, Obama vinse quattro anni fa con appena lo 0.3% di vantaggio e dove, grazie anche all’appuntamento della convention i democratici sperano nel bis). Ciò per due ragioni: una favorevole al partito del presidente uscente, cui si dà l’ultima parola; l’altra favorevole agli sfidanti: un candidato può attingere ai finanziamenti solo a partire da quando viene ufficialmente “incoronato” nella convention del proprio partito; far tenere il loro appuntamento agli sfidanti per primi, vuol dire farli partire prima anche nell’utilizzo dei fondi.
Le convention, dicevamo, sono una specie di congresso nazionale dei partiti, unica occasione (ogni quattro anni) di incontro e confronto nazionale al loro interno. In realtà, un tempo erano un appuntamento decisivo al cui interno venivano effettuate tutte le scelte principali, da quella del candidato presidente al quella del vice, alla piattaforma programmatica. Nel corso dei decenni, con l’introduzione delle primarie si è sottratto sempre più a tali appuntamenti il loro potere: il candidato presidente viene scelto, di fatto, dai cittadini nel lungo percorso di selezione (primarie e caucuses) che porta all’elezione, Stato per Stato, dei delegati alla convention collegati ai candidati, ma per conoscere il suo nome non si deve certo attendere la convention estiva; il candidato vice presidente viene ormai scelto dal candidato presidente qualche giorno prima dell’appuntamento, e la stessa piattaforma programmatica, su cui i delegati votano, è poco più di una dichiarazione d’intenti, dato che il presidente, una volta eletto, attuerà il suo programma. Certo, sulla scelta del vice e sul programma del candidato presidente, i desiderata del partito contano eccome: il candidato presidente sceglie il suo vice sulla base di valutazioni (su cui il partito spesso mette becco) di piattaforma valoriale (per equilibrare spesso una linea moderata con una più radicale), e geografico/elettorali (la provenienza da uno Stato oscillante, per cercare di vincere nel giorno delle elezioni). Convention inutili, dunque? Nient’affatto! Restano comunque un’importante passerella che conferisce visibilità al candidato ed al partito. Nei giorni seguenti all’appuntamento, infatti, i sondaggi sono “drogati” dall’evento e il candidato del partito che l’ha appena tenuta schizza in alto, per poi ridiscendere nell’arco di due – tre settimane a livelli più fisiologici.
In questi ultimi giorni alcuni accadimenti sono stati indicativi dell’avvicinarsi della fase calda della campagna elettorale: la gaffe dell’aspirante senatore repubblicano Akin sullo stupro, con le polemiche che ne sono seguite; lo schierarsi del settimanale Newsweek, normalmente dalla parte dei democratici, con Romney, con un editoriale ingeneroso verso Obama (“ritirati Barack: abbiamo bisogno di un nuovo presidente. Non hai mantenuto le promesse del 2008 sull’economia”); ingeneroso perché la crisi è stata ereditata dall’attuale presidente, ed aggravata dalle scelte europee; certo Obama, di fronte ad una crisi paragonabile a quella del 1929/32, non è stato un nuovo Roosevelt, ma ha, quanto meno, cercato (forse senza riuscirci granché) di tamponarne gli effetti. Nei sondaggi peraltro, risulta proprio l’economia il punto debole del presidente uscente.
Ancora, i dati sulla disoccupazione, con un peggioramento inatteso sono una cattiva notizia per il presidente, che però segna anche un punto a favore, nell’annuncio dell’uscita, entro ottobre, dunque, prima delle presidenziali, del libro sull’uccisione di Osama Bin Laden, con le polemiche che ne sono seguite da parte dei Repubblicani. Insomma, una situazione incandescente, con una guerra di trincea da cui non ne si esce: un giorno uno dei due segna un punto, il giorno dopo è l’altro a farlo. Lo stallo è tale anche nei sondaggi, e poche sono le variazioni rispetto allo scorso appuntamento.
Ecco, dunque, la situazione Stato per Stato.

Blindati Obama: Maine/1° distretto (1); Vermont (3); Massachusetts (11); Rhode Island (4); New York (29); Delaware (3); Maryland (10); District of Columbia (3); California (55); Hawaii (4). Totale: 123.

Molto probabili Obama: Maine/Stato (2); Connecticut (7); New Jersey (14); Illinois (20); Minnesota (10); New Mexico (5); Washington (12). Totale: 70.

Vantaggio vulnerabile Obama: Maine/2° distretto (1); Pennsylvania (20); Michigan (16); Oregon (7). Totale: 44.

Completamente incerti: New Hampshire (4); Ohio (18); Wisconsin (10); Iowa (6); Colorado (9); Nevada (6); Virginia (13); North Carolina (15); Florida (29). Totale: 110.

Vantaggio vulnerabile Romney: Missouri (10); Nebraska/2° distretto (1). Totale: 11.

Molto probabili Romney: Indiana (11); Nebraska/1° distretto (1); South Dakota (3); Montana (3); Arizona (11); Texas (38); Tennessee (11); South Carolina (9); Georgia (16). Totale: 103.

Blindati Romney: West Virginia (5); Kansas (6); Nebraska/Stato (2); Nebraska/3° distretto (1); North Dakota (3); Idaho (4); Wyoming (3); Utah (6); Alaska (3); Oklahoma (7); Arkansas (6); Louisiana (8); Mississippi (6); Alabama (9); Kentucky (8). Totale: 77.

 

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