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Esistono i “fascisti” del web?

di Fabio Germani

Diremo una cosa ovvia, scontata e noiosa. Il web non è di destra, né di sinistra. È di tutti. Quando Bersani dà del “fascista” a coloro che utilizzano in rete un determinato linguaggio non lo fa per rimarcare il vecchio adagio bacchettone secondo cui chi rivolge epiteti davanti ad un monitor è “fascista” o all’occorrenza “comunista”. Ma è proprio a Grillo che si riferisce: che il comico-politico parli da un palco o pubblichi un post sul proprio blog insultando gli altri, afferma il segretario del Pd tra le righe, si comporta da “fascista”. Punto. Il leader del Movimento 5 Stelle che si offende è la notizia, lui che non ha mai risparmiato nessuno (“A Bersani non mi sognerei mai di dare del fascista”, ha chiosato Grillo). Ma non è questo il punto. Il web non ha cambiato la dialettica (l’idiosincrasia tra fascisti e comunisti o presunti tali è vecchia come il cucco), semmai la tempistica. Già la tv aveva accelerato il botta e risposta tra protagonisti della politica, sebbene circoscritto in un unico contenitore. Il web, al contrario, diffonde l’insulto in modo capillare: tu parli, io scrivo. Così la comunicazione su internet ha costretto gli esperti a limare alcune dinamiche strategiche nell’ambito di un contesto massmediale ormai inevitabile e in continua evoluzione. Non si evolvono invece, almeno non più di tanto, le analisi dei commentatori (quelli di professione) dei fenomeni del web. Tutto viene amplificato perché si svolge online, come se non ci fossero analogie con il passato. E non ci si sofferma su quella che può essere una evidente volontà, per lo più studiata a tavolino. Beppe Grillo insulta chiunque e lo faceva già prima di diventare una sorta di guru della Rete, Bersani gli dà del fascista per evidenziare una differenza tra “noi” e “loro”, politicamente e culturalmente parlando.
La verità, però, è che non esistono i fascisti del web, né il loro contrario. Esistono le persone che esprimono le proprie opinioni e che lo fanno talvolta strillando anatemi. Non si tratta solo di “coraggio da tastiera”, ma di un processo partecipativo che tende ad imitare lo stile dei leader di riferimento. E gli eccessi, persino quelli, appartengono alla sfera della vita reale.

 

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