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“Un piccolo passo per un uomo, un grande balzo per l’umanità”

di Matteo Buttaroni

Anche chi conquista la Luna può morire. E’ successo il 25 agosto a Neil Armstrong, a seguito di una complicazione dopo un intervento al cuore. Proprio lui, Armstrong: lo statunitense che, per primo, nel luglio del 1969 toccò con lo scarpone sinistro il manto roccioso della Luna.
Laureato in ingegneria aeronautica nel 1955, fu selezionato dalla Nasa, nel 1962, come astronauta e nel 1966 comandò la sua prima missione: la Gemini 8. Missione che vide per la prima volta l’aggancio di due oggetti orbitanti. Missione però sfortunata perché subito dopo l’aggancio fu interrotta per via di un malfunzionamento dei propulsori di manovra.
Comandante nel 1968 dell’Apollo 8, missione che prevedeva il primo avvicinamento alla Luna, partì finalmente nel 1969 alla volta del nostro satellite.
L’Apollo 11, partito alle 09:32:00 dal Kennedy Space Center ed entrato in obita solo 12 minuti dopo, vedeva come equipaggio il pilota del modulo lunare, Buzz Aldrin; il pilota del modulo di comando, Michael Collins e naturalmente il comandante Neil Armstrong.
Il 20 luglio il modulo lunare con a bordo Aldrin e Armstrong si staccò dal modulo di comando e si preparò all’allunaggio.
La discesa non fu semplice. Inizialmente i computer di bordo riscontrarono un guasto al sistema di guida automatico, problemi risolti quasi immediatamente, ma successivamente durante la manovra finale, i due cosmonauti si resero conto che il modulo si stava dirigendo verso una zona troppo rocciosa. Il comandante, Armstrong prese quindi i comandi manuali del modulo e si diresse verso un punto più adatto all’allunaggio.
Solo sei ore dopo aver toccato il suolo l’equipaggio riuscì ad abbandonare il modulo per compiere il famoso “piccolo passo per un uomo, un grande balzo per l’umanità”.
I due astronauti trascorsero circa due ore e mezzo sulla superficie lunare a raccogliere campioni di roccia e a fotografare la superficie del nostro satellite.
Le funzioni vitali e la dose di ossiggeno costrinsero i due a rientrare nel modulo con le registrazioni della telecamera e con circa 22 km di rocce da esaminare.
Poichè la navicella risultò pesante per garantire l’ascesa verso la capsula pilotata da Collins, i due astronauti furono costretti a lasciare alcuni oggetti, oltre a quelli previsti, sul suolo lunare. Oltre alla bandiera americana e la targa con scritto “Qui uomini dal pianeta Terra fecero il primo passo sulla Luna. Luglio, 1969 d.C. Siamo venuti in pace per tutta l’umanità”, lasciarono delle fotocamere e le loro tute spaziali. I tre astronauti ritornarono sulla Terra il 24 luglio.
Nonostante solo il 6% dei cittadini americani non creda nell’allunaggio e nonostante il consenso scientifico giudichi reali e indiscutibili le missioni Apollo e la loro riuscita, c’è una fascia di persone che sostiene la teoria del complotto, ovvero una cospirazione condotta con la collaborazione del governo degli Stati Uniti, secondo sui le immagini e le riprese della missione siano state costruite in studio. Questa teoria del complotto appare per la prima volta nel nel 1976 con il libro Non siamo mai andati sulla luna, di Bill Kaysing. In questo libro, l’autore spiega che la tecnologia del 1968 non sarebbe stata in grado di portare l’uomo sulla Luna, né tanto meno di garantirgli il ritorno sulla Terra. Secondo Kaysing il montaggio delle immagini sarebbe stato eseguito da Stanley Kubrick sotto la minccia del governo degli Stati Uniti, che avrebbe rivelato il coinvolgimento del fratello Raul con il Partito comunista. Ora, Kubrick non aveva fratelli ma solo una sorella minore: tanto basterebbe a far cadere un po’ la fiducia in queste teorie.
C’è anche chi pensa che in piena Guerra Fredda l’America abbia costruito tutta la faccenda per stare al passo con la Russia che deteneva il record per il primo uomo nello spazio. Balle spaziali, appunto. Grazie a Neil Armstrong e “al suo piccolo passo”, tutta l’umanità ha compiuto un grande balzo.

 

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