Contrastare l’obesità o fare cassa: l’idea di tassare le bollicine | T-Mag | il magazine di Tecnè

Contrastare l’obesità o fare cassa: l’idea di tassare le bollicine

di Fabio Germani

Partiamo da un presupposto: le bibite gassate con zuccheri aggiunti ed edulcoranti fanno male. Qualcuno dice di più, qualcun altro di meno. Ma non se ne scappa: non sono bevande salutari. Un recente studio condotto dall’Università della California evidenzia come l’assunzione eccessiva di zuccheri sintetici possa influire sulla capacità di imparare e di ricordare. Il dipartimento dell’Agricoltura degli Stati Uniti (che sottolinea come le vendite di questi prodotti siano aumentate in tutto il mondo) ha rilevato una correlazione tra il consumo di bibite e il manifestarsi di patologie particolarmente gravi. E non stiamo parlando solo di obesità, che comunque occupa un poco invidiabile primato (è bene però precisare che la comunità scientifica è spaccata sull’argomento, diversi medici ritengono gli studi non esaustivi).
Anche in Italia se ne sta parlando molto, dopo la proposta del governo di tassare questo tipo di bibite e i superalcolici. Il ministro della Salute, Renato Balduzzi, ha quantificato in tre centesimi (“al massimo”) il sovrapprezzo di Coca Cola e simili e ha ammesso di non considerare “malvagia” un’operazione volta a scoraggiare uno stile di vita non propriamente salutista (e con un gettito complessivo che si aggirerebbe sui 250 milioni l’anno).
Una ricerca pubblicata sul British Journal of Clinical Nutrition (condotta insieme all’Università del North Carolina) stabilisce che un aumento del 10% del prezzo delle bevande potrebbe diminuire il consumo pro capite di 7,5 millilitri al giorno, pari cioè a circa un grammo di zucchero. Sempre l’Università della California, invece, ritiene che mettere una tassa può contribuire a salvare circa 400 mila malati cronici. In particolare si calcola che un incremento del prezzo possa ridurre di oltre il 10% i consumi delle bevande. Si tenga bene a mente che l’idea è stata caldeggiata in altre occasioni in passato (anche in Italia) e che la moda, per così dire, di puntare il dito contro l’industria dei soft drink proviene da oltreoceano. Campione di questa battaglia è il sindaco di New York, Michael Bloomberg, il quale ha ordinato che dal 2013 nei punti ristoro vi sia il divieto di vendere bottiglie e lattine superiori ai 500 ml. Tutto ciò – ha spiegato – per contrastare l’obesità, che è un problema nazionale su cui la città (è da capire quanto i cittadini siano d’accordo, però) vuole essere un modello. Divieti analoghi, tuttavia, sono già in vigore. Ad esempio nelle scuole non si possono comprare bevande gassate. In generale dal 1998 è stato rilevato un calo delle vendite pari al 16%, ma il settore non è in crisi. Anzi. Le bibite gassate, tanto per rendere l’idea, sono tra le bevande analcoliche più gettonate (18,3 miliardi di dollari) anche se il valore è rimasto stabile, mentre l’incremento più evidente è quello degli energy drink (che fanno male tanto quanto, sappiatelo…).
C’è da dire che l’obesità in Italia ha un impatto sociale inferiore rispetto agli Stati Uniti. Secondo un’indagine condotta lo scorso anno dalla Scuola Superiore Sant’anna di Pisa gli obesi in età adulta nel nostro Paese sono pari al 10% della popolazione per un costo sociale annuo di 8,3 miliardi, circa il 6,7% della spesa pubblica in cure mediche (che contemplano soprattutto malattie cardiovascolari e diabete); negli Usa in questi casi la spesa medica vale il 9% di quella complessiva. Una delle accuse che le associazioni di categoria rivolgono al governo Monti è quella di voler fare cassa con la scusa di salvaguardare la salute delle persone. Naturalmente difendono i propri interessi, ma un fondo di verità potrebbe esserci. Non fosse altro che a provocare l’obesità concorrono tanti altri fattori, il “cibo spazzatura” è variegato e non si limita alle lattine di cola: tassarlo tutto sarebbe (quasi) impossibile.

 

1 Commento per “Contrastare l’obesità o fare cassa: l’idea di tassare le bollicine”

  1. […] entrerà in vigore entro sei mesi, a meno che un giudice decida di mettersi di traverso). Già in una precedente occasione ci eravamo occupati della battaglia che oltreoceano è stata intrapresa per contrastare […]

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