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Il vice

di Antonio Caputo

Nei quattro giorni delle Convention, il terzo tradizionalmente vede protagonisti i candidati vicepresidenti: non ha fatto eccezione la Convention repubblicana di quest’anno, anche se, causa uragano Isaac (fortunatamente regredito a tempesta tropicale, senza il temutissimo strascico di morte e distruzione), il terzo giorno è stato il secondo effettivo di lavori.
Le Convention erano un tempo il luogo in cui venivano votati, dai delegati, i candidati (presidente e vice) e la piattaforma programmatica del partito; da decenni non è più così: con tv, giornali, internet, e proiezioni elettorali, si conosce in tempo reale l’esito di primarie e caucuses, ed il candidato alla presidenza è spesso noto sin dalla primavera. E’ a lui, vincitore di primarie e caucuses, che spetta, di fatto, la scelta del vice; scelta che compie di norma un paio di settimane prima della Convention, con l’assemblea dei delegati il cui voto (formalmente indispensabile, e che teoricamente può rifiutarsi di ratificare la designazione fatta dal candidato presidente; come pure, ben potrebbero, i delegati, votare per un altro candidato presidente, diverso dal vincitore delle primarie: è vero che tali delegati vengono indicati da ciascun candidato alle primarie, e che ogni candidato ha, Stato per Stato, i propri candidati-delegati a lui collegati; ed inoltre, il vincitore delle primarie è chi conquista la maggioranza assoluta dei delegati – spesso assai larga -, ed è pertanto praticamente impossibile un impazzimento generale che impallini il prescelto, ma, appunto, in linea puramente teorica, ciò sarebbe possibile) altro non fa che ratificare formalmente (conferendo in tal modo l’ufficialità) la decisione del candidato alla Casa Bianca.
Pertanto, votati i candidati, presidente e vice, e la piattaforma programmatica del partito, ai prescelti resta da tenere il discorso di accettazione formale della candidatura. Fatte queste debite premesse di tipo tecnico, torniamo alla Convention di Tampa.
Sul voto dei delegati si erano registrate schermaglie nel secondo (il primo effettivo) giorno dell’appuntamento tra i seguaci del deputato libertario Ron Paul, e quelli di Romney, tanto che Paul (cui era stato chiesto dallo staff di Romney copia preventiva del suo intervento; richiesta, manco a dirlo, respinta) a differenza degli altri candidati sconfitti alle primarie (Gingrich – dal quale Romney ha incassato un appoggio svogliato e obbligato, e a denti stretti -, e Santorum, ben più convinto, ed il cui discorso si è rivolto soprattutto a famiglie e lavoratori, non così facilmente raggiungibili dal miliardario mormone) neppure ha tenuto il proprio discorso.
Protagonista, invece, della notte scorsa, il giovane candidato alla vicepresidenza, Paul Ryan, del quale ci siamo già occupati qualche settimana fa, all’atto della sua designazione da parte di Romney. Di norma la scelta del vice serve per un bilanciamento geografico e programmatico, rispetto al candidato presidente; a volte, viene designato come vice, il secondo arrivato alle primarie (Nixon, da Eisenhower; Johnson, da Kennedy; Bush padre da Reagan; Edwards, da Kerry), perché il confronto nel processo di selezione delle primarie avviene tra i candidati, non solo a livello personale, ma anche a livello programmatico e valoriale: un vincitore moderato, quindi, può designare un vice radicale da lui sconfitto alle primarie (o viceversa), per compattare la base del partito. Ma quando lo scontro tra candidati è molto aspro, è difficile che ciò avvenga: se ci si è scornati nei mesi delle primarie, difficilmente si può far pace tra agosto e novembre; meglio, in quel caso, un’altra scelta. Bilanciamento, dicevamo, programmatico/valoriale, ma anche geografico: quattro sono le macro-regioni americane, Nord-Est, Midwest, West e Sud. Di norma, un candidato presidente di una macroarea sceglie un vice di un’altra, per cercare di catturare consensi anche nella macro-regione del “running mate” (il “Numero Due”) .
Ryan, campione della destra repubblicana, serviva, dunque, a bilanciare il moderatismo (indigesto a larga parte della base, parecchio conservatrice, dei Repubblicani) del candidato (Romney) alla Casa Bianca. Operazione che parrebbe (almeno in parte) riuscita, visto l’entusiasmo suscitato dal suo intervento tra la platea dei delegati: Ryan ha pesantemente attaccato Obama, accusando il presidente di “sperperare solo soldi”, e di aver “creato più debito di quello di tutti i Paesi europei messi insieme”; ha garantito “ci assumeremo le nostre responsabilità, senza evitare le questioni difficili: metteremo a posto l’economia di questa Nazione, prima di venirne sopraffatti”, promettendo la creazione di 12 milioni di posti di lavoro, e che verrà inoltre “spazzata via la Riforma sanitaria di Obama”, ed è stata standing ovation.
La sua provenienza, dal Midwest, oltretutto da uno Stato oscillante quale il Wisconsin, serve al candidato repubblicano per cercare di imporsi in quella decisiva (perché normalmente incerta: il Nord-Est vota democratico, il Sud repubblicano, il West è oscillante nel totale dei voti, ma pochi sono gli Stati incerti, essendo, alcuni, solidamente democratici, altri, più piccoli, solidissimamente repubblicani) macro regione.
Col discorso di Ryan si è concluso il penultimo giorno di lavori: a Romney, stanotte, toccherà la chiusura.

 

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