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Primarie? Problema è che le fa solo il Pd

di Carlo Buttaroni

“Voterò alle primarie della sinistra dando la mia preferenza a Matteo Renzi […]. Se alla fine Renzi risulterà vincitore, alle prossime elezioni voterò per il Pd; se i vincitori saranno Bersani o Vendola me ne guarderò bene. […]
E’ scandaloso tutto ciò? In molti ritengono di sì. […]. Eppure, quel diritto io ritengo di possederlo”. Sofia Ventura, giornalista ed editorialista, è l’autrice dell’articolo uscito sul Foglio da cui è tratto il virgolettato. Un articolo che ha fatto discutere, perché la Ventura è un’intellettuale di destra e interpreta un sentimento diffuso tra gli elettori della sua area politica. Un elettorato, per molti versi, orfano di leader e partiti capaci di perimetrare un campo politico, che intende partecipare alle primarie del centrosinistra anche per sopperire alla sensazione d’impotenza che nasce dal non poter compiere una scelta analoga all’interno della loro area.
Non sono pochi, infatti, gli elettori di destra che la pensano come la Ventura, delusi della degenerazione che ha segnato il crepuscolo berlusconiano, e da cui lo stesso Berlusconi sembra prendere ora le distanze. Alcuni di questi si stanno attivando per partecipare, in modo organizzato, alle primarie del centrosinistra. Non per inquinare la competizione, come alcuni temono, ma semplicemente per dire la loro.
La Ventura si chiede se questo comportamento è scandaloso. E la risposta, sotto questo punto di vista, non può che essere negativa. Non è scandaloso perché questo tipo di scelta non prefigura una categoria morale. Semmai, ciò che occorre chiedersi è se è legittimo. E’ possibile, cioè, che un partito scelga il proprio leader e la propria politica, con il contributo, magari decisivo, di chi la pensa diversamente tanto da collocarsi su un campo politico opposto? E se gli elettori di destra contribuiscono a scegliere il leader della sinistra (e viceversa) non c’è il rischio che, alla fine, i leader somiglino sempre più a se stessi e sempre meno agli elettori che sono chiamati a rappresentare? Non sarebbe più corretto, invece, che siano espressione d’idee e valori che respirano la stessa aria, che interpretano la società nello stesso modo e guardano il futuro con le stesse ottiche, trovando forma compiuta in un progetto politico? Non sarebbe più giusto che un progetto politico ottenga il consenso anche di elettori di destra ma solo dopo la sua nascita, al momento del voto politico, anziché alle primarie? Sono queste le domande che solleva l’intervento di Sofia Ventura. Sarebbe stato del tutto normale se avesse annunciato il suo voto al Pd nel caso di vittoria di Matteo Renzi. Ma annunciare il contrario, cioè di votare alle primarie Renzi e, solo in caso di successo di quest’ultimo, il conseguente voto al Pd, non ha nulla a che fare con la dimensione morale, ma apre la discussione sul funzionamento di un sistema che ambisce a governare i processi politici e che fonda la legittimità delle azioni sulla dialettica democratica e sulle scelte che ne conseguono.
Certo è che il ragionamento della Ventura è espressione di una visione individuale della partecipazione, dove tutto è trasferito al leader e dove tutto si risolve nell’esercitare il voto. Mentre nel mezzo c’è l’entropia che si alimenta del nichilismo di un pensiero debole, che ha messo in dissolvenza la forza della partecipazione collettiva e della rappresentanza sociale, che caratterizzavano le organizzazioni politiche di massa del Novecento. Al posto delle visioni totalizzanti, figlie d’ideologie immutabili, si è affermato il loro contrario: un palinsesto simbolico perennemente provvisorio che si è nutrito di politiche fast food, dove sono contati gli “aggettivi” anziché i “sostantivi”. Non a caso “nuovo” è stata la parola evocativa della seconda repubblica. A prescindere da ciò che doveva qualificare, e senza sottintendere né cosa, né come, sarebbe stato realmente il “nuovo”.
Se le prossime primarie del centrosinistra e del Pd devono rappresentare una svolta anche in questo senso – e non limitarsi a offrire l’occasione per scegliere il leader del partito o della coalizione – occorre un cambio di prospettiva. Perché la vera cifra del rinnovamento non la restituisce il tasso di ricorso alla società civile (che per sua natura non è né buona né cattiva), o lo stato anagrafico dei leader e degli staff (che ripropongono quel nuovo senza specificazioni che ha prodotto molte degenerazioni) ma la qualità delle idee e dei pensieri. Cioè, la politica e la declinazione delle sue azioni.
E’ sotto questo punto di vista che le parole della Ventura pongono più domande di quante siano le risposte. Perché prima ancora di quali leader, bisogna chiedersi quali politiche. E poi quali partiti. E ancora quale organizzazione interna deve trovare corpo in un processo di selezione delle leadership. Solo così le primarie hanno un senso partecipativo non ambiguo rispetto a un modello di partito, a un’idea di società, a una visione politica più generale.
E’ qui il punto fondamentale che riguarda le prossime primarie del centrosinistra. Perché in gioco c’è anche la capacità di dar vita a processi di democrazia interna orientati a una logica unitaria, governati da un soggetto politico che vuole mantenere il suo carattere di attore organizzativo. E che nel fare questo assume le primarie come uno strumento consapevole della propria strategia di rapporto con un’area politica che ha pensieri e visioni comuni.
Le primarie finora hanno assolto efficacemente alla funzione di restituire una legittimazione alle leadership che il circuito interno non avrebbe potuto garantire, di sollecitare una mobilitazione che i tradizionali canali non sarebbero stati in grado di attivare. Ma, oggi, questo non è più sufficiente. E ciò che è la forza delle primarie rischia anche di essere il suo limite, nel momento in cui, l’arena competitiva deregolata ed estremamente competitiva, rischia di far degenerare le primarie da strumento democratico di un’area politica (che conserva la propria identità e il proprio profilo), a un campo su cui si scaricano le tensioni interne e ed esterne, che riflettono la crisi più generale di sistema. Perché mai, altrimenti, elettori convintamente di destra, dovrebbero scegliere un progetto e un leader dello schieramento opposto?
Il modo migliore per cercare delle risposte a questa domanda è chiedersi se il ruolo che i partiti hanno storicamente svolto, oggi sia effettivamente esaurito, o se piuttosto non debba, in qualche modo, essere ripreso e reinterpretato. E le risposte non possono che essere in questa seconda opzione. Seppur in forme completamente diverse dal passato, il Paese ha bisogno di partiti dotati di un’ampia base associativa, capaci di riprendere tutte le funzioni che storicamente hanno svolto, come l’aggregazione e l’integrazione degli interessi sociali, il reclutamento del personale politico, l’integrazione sociale, la mobilitazione e la partecipazione, la formazione delle politiche pubbliche. Alcune delle ragioni che hanno portato al deficit attuale di queste funzioni sono storiche, altre contingenti. Ma tra le cause vi è anche il progressivo disgregarsi dei legami organizzativi.
Si può anche ritenere irreversibile un sistema politico, come quello attuale, che guarda con diffidenza al livello di competenza dei cittadini.
Ma se si vuole invertire la direzione di marcia che ha condotto i partiti a svolgere un ruolo prevalentemente elettorale, allora anche le primarie devono essere declinate diversamente. Ed è in questa prospettiva che il ragionamento della Ventura non troverebbe spazio. Perché gli elettori del centrodestra dovrebbero aspirare alle loro primarie. Ed è paradossale che ciò non sia ancora avvenuto, perché la Ventura – e con lei quanti pensano che la destra in Italia abbia un futuro da incontrare – ha tutto il diritto di scegliere un leader e un progetto politico.
Affinché le primarie siano la leva di un rinnovamento effettivo del sistema occorre che tutti i partiti – non solo il Pd o il centrosinistra – iscrivano nel proprio dna le regole della partecipazione democratica. E per fare questo è necessario che la politica riprenda il suo ruolo, perché senza politica non ci sono campi su cui investire, ma solo leader da legittimare.

Questo articolo è stato pubblicato su l’Unità del 1 ottobre. Sfoglia l’indagine Tecnè in Pdf.

 

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