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Il caso Guareschi, una storia italiana

di Mirko Spadoni

Molti dei problemi che ci affliggono sono gli stessi con i quali chi ci ha preceduto si è dovuto confrontare a suo tempo.
I motivi si differenziano da caso a caso, ma molto spesso la colpa è di quell’immobilismo che caratterizza da sempre il nostro Paese. Quel non far niente fino a quando non scoppia il caso e allora ci si accorge che qualcosa forse andava fatto e meglio.
Prendiamo la vicenda Sallusti e il reato di diffamazione per il quale è stato condannato a 14 mesi di reclusione. Emessa la sentenza, la politica si è resa conto di dover mettere mano all’ordinamento. Perché, dicono, un giornalista non può andare in carcere per un reato simile. Tutto questo dopo anni e anni durante i quali non si è fatto niente, quando in realtà un precedente già c’era stato. Infatti il direttore de Il Giornale non è il primo. Altri, prima di lui, ci sono già passati. Giovanni Guareschi, ad esempio.
Nel 1954 il direttore di Candido, già condannato quattro anni prima a otto mesi con la condizionale per vilipendio all’allora presidente della Repubblica, Luigi Einaudi, fu citato per diffamazione dall’ex presidente del Consiglio, Alcide De Gasperi.
Guareschi, infatti, aveva pubblicato sulle pagine del proprio settimanale due lettere dalle quali emergeva che De Gasperi, durante la seconda guerra mondiale, avesse chiesto agli Alleati di bombardare una zona periferica di Roma, “affinché – si leggeva in una delle missive – la popolazione si decida ad insorgere al nostro fianco”. Nonostante in molti cercarono di convincerlo a desistere dal farlo, Guareschi non ne volle sapere e agendo di testa sua, decise di pubblicarle.
De Gasperi se ne risentì e reagì querelando il direttore di Candido. Il tribunale, chiamato ad esaminare il caso, diede ragione all’ex presidente del Consiglio, giudicando le lettere dei falsi e condannando Guareschi a dodici mesi di carcere che, sommati alla sentenza del 1950, fecero un anno e otto mesi di reclusione.
Guareschi decise di non ricorrere in Appello. E il perché il direttore di Candido lo spiegò in un articolo pubblicato il 23 aprile del 1954.

No, niente Appello. Qui non si tratta di riformare una sentenza, ma – scriveva Guareschi – un costume. La sentenza è regolare, ha il crisma della legalità. Il costume è sbagliato, e non è una questione che riguardi la Magistratura: è una questione di carattere generale, che riguarda l’Italia intera.
Non è un colpo di testa: io non ho il temperamento dell’aspirante eroe o dell’aspirante martire. Io sono un piccolo borghese, un qualsiasi padre di famiglia che, avendo dei figli, ha dei doveri.
Primo dovere: quello di insegnare ai figli il rispetto della dignità personale. Se non avessi dei figli potrei infischiarmene, venire a patti, a compromessi. Potrei rinunciare a tutta o a parte della mia dignità. Così non si può. In tutta questa faccenda hanno tenuto conto dell’ ”alibi morale” di De Gasperi e non si è neppure ammesso che io possegga un “alibi morale”.
Quarantacinque o quarantasei anni di vita pulita, di lavoro onesto, non sono un luminoso “alibi morale”?
Me l’hanno negato.
Hanno negato tutta la mia vita, tutto quello che ho fatto nella mia vita.
Non si può accettare un sopruso di questo genere. Se il tuo nemico ti sputa in faccia, non puoi ricorrere in Appello per ottenere che ti ripulisca la faccia col fazzoletto.
Se il mio nemico mi porta via il figlio, non posso mettermi a patteggiare con lui perché mi restituisca almeno una gamba di mio figlio. M’avete condannato alla prigione?
Vado in prigione. Accetto la condanna come accetterei un pugno in faccia: non mi interessa dimostrare che mi è stato dato ingiustamente. Il pugno l’ho già preso e nessuno potrà far sì che io non l’abbia già preso. Non mi pesa la condanna in sé, ma il modo.
“E il modo ancor m’offende”. Invece di un anno, due anni potevano darmi: ma dopo aver dimostrato che si era tenuto conto della possibilità che io fossi un comune onesto uomo sdrucciolato nel baratro della disonestà. Mi hanno invece trattato come il delinquente incapace di compiere un azione onesta. Non perché avessi ammazzato mia madre a colpi di scure, ma perché avevo tentato di offendere De Gasperi. Non hanno neanche voluto ammettere che io possa essere un povero cretino: mi hanno accusato di essere intelligente, di aver agito a ragion veduta, con malafede nera. Mi hanno negato ogni prova che potesse servire a dimostrare che io non avevo agito con premeditazione, con dolo. Non è per la condanna, ma per il modo con cui sono stato condannato. […] No, niente Appello. E’ inutile che insistiate, amici.
La mia dignità di uomo, di cittadino e di giornalista libero è faccenda mia personale e, in tal caso, accetto soltanto il consiglio della mia coscienza. Riprenderò la mia vecchia e sbudellata sacca di prigioniero volontario e mi avvierò tranquillo e sereno in quest’altro Lager. Ritroverò il vecchio Giovannino fatto d’aria e di sogni e riprenderò, assieme a lui, il viaggio incominciato nel 1943 e interrotto nel 1945. Niente di teatrale, niente di drammatico. Tutto semplice e naturale. Per rimanere liberi bisogna, a un bel momento, prendere senza esitare la via della prigione”.

Guareschi scontò la pena dal primo all’ultimo giorno. Senza sconti.

 

1 Commento per “Il caso Guareschi, una storia italiana”

  1. Tutto questo non fa che rafforzare in me l’idea che questo paese ristagna nella propria melma.
    Sallusti non si atteggi a martire e il Governo non si volti dall’altra parte: serve chiarezza, per i giornalisti e anche per i cittadini. Ci metto anche i Blogger, va, visto che hanno il diritto di esprimersi anche loro, nonostante il fatto che quando si parla di Blog tutti sono disposti ad andarci giù duro. Mi sono espresso già, proprio in un post. Mi sembra meglio così.

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