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Il calcio dei forconi senza memoria

di Tommaso Nelli

Da Galileo a Cassandra in appena tre partite. Trasformazione alla velocità di un pokémon per Zdenek Zeman, sessantacinque anni, allenatore più discusso del momento dopo lo stentato avvio di campionato della Roma. Otto punti in sei partite, culminati con la pesante sconfitta in casa della Juventus, più che sufficienti affinché media nazionali e parte dei tifosi accendessero le torce, prendessero i forconi e scendessero in strada al grido di: «Dagli al Boemo!». Un’invettiva non tanto all’uomo in sé, quanto sineddoche di un’avversione nei confronti di una filosofia calcistica proposta da più di trent’anni e a ogni latitudine.
Sul banco degli imputati, le massacranti preparazioni atletiche a base di ripetute sui mille metri e balzi sui gradoni con sacchi di sabbia sulle spalle; alla sbarra, l’adesione totale al 4-3-3 fatto di pressing, possesso palla, triangolazioni e verticalizzazioni; fumo negli occhi, quella ricerca perpetua del gol esule da ogni tatticismo favorevole sì al risultato, ma che priverebbe il pubblico del divertimento. Perché, differentemente della stragrande maggioranza dei colleghi, Zeman intende il calcio come mezzo per regalare emozioni al pubblico. Un’anomalia per il pallone italiano, summa del machiavellismo con il suo secolare “risultato con ogni mezzo”, ma il minimo sindacale per emanare – complice uno sguardo enigmatico e un tono di voce da Averno – fascino e attrazione negli spettatori e nei media che, dopo il suo coraggio nel denunciare l’uso di sostanze dopanti nel calcio, esaminano al microscopio ogni suo minimo respiro.
Dall’estate del ’98, quella del «…calcio deve uscire dalle farmacie…» lo Zeman allenatore è scivolato sempre più in secondo piano rispetto allo Zeman “grande inquisitore” che attacca le disfunzioni del sistema, salvo ritornare nel mirino della critica appena le sue squadre inciampano in qualche sconfitta.
Eppure gli accusatori dimenticano di aver citato a giudizio i medesimi dettami artefici di quella Zemanlandia germogliata nella terra battuta di Licata (metà anni Ottanta) e poi sbocciata nell’età dell’oro di Foggia, prima di essere trasportata sull’erba dell’Olimpico per il miglior biennio laziale (argento nel ’95 e bronzo nel ’96) dopo lo scudetto di Maestrelli (1974) e per il ritorno in Europa di una Roma low-cost (c’erano Scapolo e Delvecchio, non proprio Emerson e Batistuta) dove maturò il talento di Francesco Totti.
Ma non solo. Chi punta il dito verso il boemo trascura che la Roma, nelle ultime quattro stagioni, nonostante tre allenatori (Spalletti, Ranieri, Luis Enrique) e due presidenze (i Sensi e gli americani), ha racimolato sempre otto punti in sei partite, rivelandosi così nient’altro che un turbo-diesel con freno a mano inserito. E il processo denuncia poca memoria verso l’imputato, che ovunque ha necessitato di tempo per veder assimilate le sue idee. 25 ottobre ’92, serie-A. Tre punti dopo sette giornate per il suo Foggia, sconfitto anche in casa dell’Ancona (che retrocederà poco dopo Befana). Il 13 dicembre quel Foggia avrebbe sottomesso 2-1 la Juve di Vialli e Trapattoni per poi salvarsi con un turno d’anticipo. 1.ottobre 2011, serie-B. Sei giornate e nove punti, tre sconfitte con undici gol al passivo, per il Pescara. A fine stagione, biancazzurri promossi in serie-A dopo vent’anni con primo posto e miglior attacco del torneo, grazie a quel gioco copernicano in un calcio italiano tolemaico.
Concetti riproposti anche nella seconda esperienza romanista, ammirati soprattutto nel 3-1 in casa dell’Inter. Attaccanti dal piede tiepido e portieri dai guanti gruviera hanno vanificato le prestazioni successive, impedendo a Zeman la tranquillità necessaria per trasmettere i suoi studi a ragazzi nati dopo il Muro di Berlino (Piris, Marquinhos, Florenzi, Tachtsidis, Destro, Lamela) e oggi calati in una realtà che, proprio nel 1989, in un campionato opaco a causa di una rosa modesta, non esitò a cacciare quel Liedholm eletto imperatore solo sei anni prima.
Così Galileo, al momento, lascia spazio a una Cassandra buona solo a profetizzare sventure con le sue parole. Emblematico, anche per sintetizzare l’attuale profondo disagio interiore vissuto dal calcio italiano (incapace a esprimere valutazioni equilibrate e oggettive), il commento alla vicenda di Giovanni Stroppa, allievo del boemo a Foggia e Avellino, ora allenatore del Pescara. “Fino a pochi giorni fa si diceva che il fenomeno era ritornato a far divertire la gente. Ora viene dipinto come un incapace. Tutto questo è assurdo”.

 

1 Commento per “Il calcio dei forconi senza memoria”

  1. […] si è scritto tutto e il contrario di tutto. Noi, nel nostro piccolo, lo abbiamo celebrato due volte (nel rispetto della par condicio abbiamo poi fatto altrettanto con il tecnico della Lazio, Vladimir […]

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