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I mille modi di spiegare la scelta di Veltroni

La decisione di Walter Veltroni di non ricandidarsi al Parlamento ha contrapposto tesi ed analisi. Chi ha sostenuto il gesto “responsabile” dell’ex segretario del Pd e chi, invece, ha sottolineato la normalità (che però non è di casa in Italia) di una scelta simile. Chi contempla la prima vittoria di Renzi e chi chiede a D’Alema di compiere lo stesso passo indietro. Chi esorta Bersani a prendere posizione e chi si appella al regolamento del Partito democratico secondo cui – su carta – un esponente non può ricoprire la carica parlamentare per più di tre mandati. C’è chi, infine, elenca tutti i candidati “on demand”, seguendo l’ultima moda. Abbiamo recuperato punti di vista e opinioni, completando in questo modo un puzzle senz’altro interessante.

Apre le danze domenica, via Twitter, il direttore del Corriere della Sera, Ferruccio De Bortoli, il quale dà il titolo all’annuncio dell’ex sindaco di Roma.

L’apprezzabile gesto di Veltroni che non si candiderà più.

Così Lucia Annunziata, direttrice dell’Huffington Post Italia.

Non va sottovalutato infatti il ruolo che ha ed ha avuto nel nostro paese l’ex segretario del Pd. Veltroni ha vissuto collocato da sempre su alcuni degli snodi centrali fra settori che fanno molta opinione in Italia.
Uomo politico e di comunicazione, scrittore, sindaco di Roma, vicepremier, ha rapporti personali che contano nell’editoria e nella cultura, in Rai come fra registi e attori, con la comunità ebraica (cui ha sempre dedicato viaggi ad Auschwitz) e con gli Usa, con cui grazie alla sua passione per i Kennedy si è rapportato già quando la sinistra italiana si muoveva su un anti-americanismo di maniera. Veltroni è anche stato dialogante con i cattolici, ha ammiratori dentro la intellighentia berlusconiana (fa testo per tutti il favore con cui l’ha sempre guardato Giuliano Ferrara) ed ha sempre avuto una attenzione “giovanilistica” per le mode e i modi della modernità.
La sua decisione di sfilarsi dalla competizione elettorale ha dunque smosso qualcosa in tanti luoghi, è stato un messaggio inviato a vari mondi. L’eco che ha avuto è spiegabile solo grazie a queste tante interconnessioni. In questo senso, la sua è stata una presa di posizione molto politica.

Antonio Menna, nella sua Controra del 15 ottobre su Fanpage.

Ci è entrato nel 1987. Piccola pausa per fare il sindaco, ed è tornato nel 2008. In tutto, Veltroni è stato deputato 19 anni e sindaco 7 anni. Circa 26 anni di incarichi pubblici. Oggi dice che non si ricandida, e diventa una notizia. Un merito. Che bel gesto. Ma di cosa parliamo? Solo in Italia si consente a qualcuno di rimanere tutta la vita nelle istituzioni, trasformando un mandato elettivo in una professione.

Fabio Chiusi, sul suo blog ilNichilista.

La santificazione, l’elogio di Veltroni-esempio-perché-non-si-ricandida-al-Parlamento è l’ennesimo esempio di quella italianissima tendenza a trasformare in eccezionale un gesto che nelle democrazie avanzate è normalissimo: hai fatto le tue legislature, hai fatto le tue battaglie (vinte e soprattutto perse)? Bene, ora lasci spazio ad altri. Non c’è niente di straordinario, non c’è nessun esempio. Il fatto che ci troviamo qui a discuterne non giova alla causa della normalità, questa è la cosa grave. Senza contare che Veltroni ha semplicemente detto di non voler sedere nuovamente in Parlamento: ma tutte le altre poltrone sono ancora a sua disposizione. Lui non esclude. Del resto, ora è pure un «esempio».

Stefano Folli, sul Sole 24 Ore.

Ora la mossa di Veltroni spiazza un po’ tutti: i nomi noti del vecchio gruppo di vertice, è logico, perché non sanno cosa fare; ma in fondo anche il giovane rottamatore fiorentino. Si dimostra che in un modo o nell’altro, attraverso vie imprevedibili, il «cambiamento» invocato da Bersani comincia a manifestarsi persino all’interno delle mura poco permeabili del partito. E in fondo il segretario-candidato si trova al crocevia giusto per ricavarne qualche vantaggio politico più e meglio di Renzi. Certo, a quest’ultimo resta la palma del profeta. Senza di lui e senza il suo urticante messaggio non sarebbe successo niente: né Veltroni né altri avrebbero fatto il fatidico passo indietro.

E chiudiamo la rassegna con l’elenco dei “candidati on demand” a cura di Federico Mello su Pubblico.

1) «Non mi candido alle elezioni. Ma se dopo il voto qualcuno pensasse che io possa essere ancora d’aiuto, se ci fossero circostanze speciali e me lo chiedessero, lo considererò».

2) «Vari imprenditori mi hanno detto che tutto il mondo imprenditoriale vuole il mio ritorno. Non sono io a propormi, è la gente che me lo chiede».

3) «La mia disposizione è a non candidarmi. Quindi, semmai, potrò candidarmi se il partito mi chiede di farlo».

Facile vero? La prima dichiarazione è di Mario Monti lo scorso settembre. La seconda di Silvio Berlusconi, lo scorso luglio. La terza di Massimo D’Alema, questo pomeriggio.
E’ curioso che i politici “on demand” siano i maggiori esponenti di tutto l’arco costituzionale: sinistra, destra e centro. Da cosa nasce questo “pudore”, questa incapacità di ammettere loro obiettivi e ambizioni?
C’è una buona dose di ipocrisia molto vecchia politica, sicuramente. Ma di certo c’è anche una grande paura a giocarsi per la prima (Monti) o l’ennesima volta (Berlusconi e D’Alema) la faccia.
Eppure una politica senza coraggio non va da nessuna parte. Attribuire ad altri le proprie smanie è plastico esempio di horror vacui: evidentemente per alcuni è troppo difficile tornare alla vita di ogni giorno.

F. G.

 

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