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La Giornata mondiale dell’alimentazione

di Matteo Buttaroni

Ricorre oggi, 16 ottobre, la Giornata mondiale dell’Alimentazione. In occasione di questa giornata e del relativo mese di sensibilizzazione e raccolta fondi, Save the Children ha diffuso i dati sullo spreco di cibo in Italia.
Nel nostro Paese risulta che quasi la metà dei cittadini, il 49%, dichiara di stare attento a ciò che compra e di comprare solo lo stretto necessario; di contro il 46% afferma di comprare un po’ di più mentre il 5% afferma di comprare molto di più rispetto a quanto realmente serva.
Secondo l’indagine la regione più attenta agli acquisti risulta l’Emilia Romagna, con il 65% della popolazione che dichiara di comprare solo lo stretto necessario. Segue la Calabria con il 60%, l’Umbria con il 59%. Fanalini di coda nell’attenzione a comprare lo stretto necessario troviamo il Trentino Alto Adige con il 42% e Basilicata e Abruzzo entrambe con il 44%.
Conseguenza di poca attenzione dedicata agli acquisti è sicuramente lo spreco: quasi un italiano su cinque, il 19%, dichiara di buttare cibo ogni settimana, l’8% dichiara di farlo ogni giorno. Solo un terzo degli italiani, il 32%, lo fa meno spesso di una o due volte al mese.
Regionalmente risulta che in Campania ben il 16% della popolazione butta il cibo quotidianamente, a questo dato si aggiunge il 21% che dichiara di farlo almeno una volta a settimana. Segue la Sicilia con il 14% dei cittadini che dichiarano di gettare via il cibo quotidianamente ed il 30% che lo fa almeno una volta ogni sette giorni. Al contrario in Trentino Alto Adige quasi la metà della popolazione, il 45%, butta il cibo nel cassonetto meno di una o due volte al mese. Bene anche in Sardegna dove il fenomeno si verifica per il 43% della popolazione.
In spreco di denaro risulta che finiscono nel secchio dell’immondizia circa 29 euro al mese. Picchi elevati si registrano in Abruzzo dove si buttano 43 euro al mese, segue la Liguria con 37 euro e il Lazio con 35 euro. Sotto la media Sardegna e Basilicata che gettano nella pattumiera rispettivamente 15 e 19 euro al mese.
Tuttavia, vuoi per la crisi economica che ha investito mezzo mondo (61%), vuoi per motivi etici (54%), perché non si sopporta l’idea che qualcun altro non abbia cibo (25%) o perché sono diminuiti i membri in famiglia o per diete particolari (l’8 e il 5%), due terzi degli intervistati (64%) ha dichiarato che negli ultimi due anni gli sprechi nella propria famiglia sono diminuiti. Per il 28% invece gli sprechi sono rimasti uguali mentre per l’8% sono aumentati.
In quanto alla riduzione degli sprechi gli abitanti di Veneto, con l’80%, Sardegna, con il 76%, e gli abitanti della Puglia, con il 73%, dichiarano di essere più attenti agli sprechi.
Passando alla consapevolezza dello spreco mondiale di cibo risulta che quasi la metà metà della popolazione italiana intervistata, il 49%, dichiara di non essere al corrente o solo di avere un’idea non precisa del fatto che 1/3 della produzione mondiale di cibo venga sprecato, il 10% dice che non lo immaginava nemmeno.
Dato allarmante è che ben il 37% dichiara di non sapere o sapere solo vagamente che nel mondo tra i due e i tre milioni di bambini muoiono a causa della malnutrizione prima di aver compiuto cinque anni. Addirittura il 2% degli italiani non lo immaginava nemmeno.
Il 59% degli italiani ritiene che se i dati sulla mortalità infantile e sullo spreco di cibo nel mondo fossero maggiormente conosciuti, sicuramente si presterebbe più attenzione a ridurre gli sprechi alimentari.
Il 32% è leggermente più pessimista e crede che inizialmente si starebbe più attenti per poi tornare alle solite abitudini, mentre un residuo 9%, nettamente più pessimista, ritiene che probabilmente non avrebbe alcun effetto.
Tornando a parlare in termini di spreco monetario risulta che il valore economico degli sprechi mondiali sia stimato in mille miliardi di dollari l’anno.
Secondo il rapporto il 68% degli sprechi, pari a 680 miliardi di dollari, si verifica nei paesi industrializzati. Il 32%, pari a 320 miliardi di dollari, nei paesi in via di sviluppo.
Nell’indagine si legge che nei paesi più poveri, in particolare nelle aree del mondo con tassi di malnutrizione elevati e ad alto rischio di insicurezza alimentare, la perdita di cibo si concentra nelle fasi del raccolto e della prima trasformazione a causa sia dei fattori climatici e ambientali, sia delle tecniche di preparazione dei terreni, di semina, di coltivazione e di conservazione dei cibi.
Al contrario, nei paesi industrializzati, emerge preponderante il fenomeno nella fase di consumo. Il direttore generale di save the Children, Valerio Neri, ha sottolineato che “nei paesi in via di sviluppo, le famiglie spendono già tra il 50% e l’80% del loro reddito in cibo e la costante crescita dei prezzi erode il loro potere di acquisto e costituisce una seria minaccia per la vita di centinaia di migliaia di bambini. Se non si inverte questa tendenza, tra quindici anni il numero di bambini malnutriti potrebbe arrivare a 450 milioni, con effetti molto gravi sulla mortalità infantile”.

 

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