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Il fallimento dell’austerità espansiva

di Carlo Buttaroni

Dopo quattro anni il prezzo della crisi è drammatico: disoccupazione, riduzione del valore dei redditi da lavoro e delle pensioni, diminuzione del potere d’acquisto, aumento della povertà. Un prezzo che pesa interamente sulle famiglie, sulle fasce di reddito più basse, sui pensionati al minimo, sulla classe medio-bassa, sui piccoli imprenditori. E’ una spaccatura netta, che allontana il nord dal sud, il centro della società dalle sue molte periferie. In Italia sta avvenendo ciò che non accade in Francia, in Germania, in Inghilterra e in altri Paesi sviluppati: una trasformazione della struttura economica e sociale. Profondissima e lacerante. Milioni di persone, in pochi mesi, hanno perso i livelli di vita raggiunti nel recente passato, altrettanti li vedono definitivamente compromessi o in rapido e inarrestabile deterioramento. Il patto sociale che garantiva solidarietà in cambio del conferimento di quote d’individualità è stato rotto. Un patto che è ormai subordinato alla necessità di dare risposte ai mercati, agli attori finanziari globali, agli operatori di borsa, alle agenzie di rating.
L’idea di governare l’economia attraverso le politiche pubbliche è stata accantonata. Al suo posto la tecnica che opera, con la convinzione che i mercati siano in grado di autoregolarsi, perché il massimo che può accadere sono oscillazioni nella produzione, nel Pil e nell’occupazione, che torneranno in equilibrio quando gli stessi mercati adegueranno autonomamente altre grandezze, come i redditi da lavoro o i prezzi.
La riforma delle pensioni, le modifiche al mercato del lavoro, i tagli al welfare, il fiscal compact, la riduzione del ruolo e del peso dei sindacati, la fine della concertazione, sono pezzi di un mosaico che disegnano un modello economico e sociale profondamente diverso rispetto al passato. E segnano una rottura con il futuro. Una trasformazione talmente profonda che stupisce sia stata realizzata da un governo tecnico, sostenuto da una maggioranza provvisoria e variegata, anziché da un governo politico nel pieno del suo mandato. Ma un conto è il metodo, ampiamente apprezzato dopo anni di rappresentazione pornografica delle istituzioni, un altro è il merito, rispetto alle quali la politica è assente ingiustificata nel determinarne gli indirizzi. Nessuna scelta, per quanto ad alto contenuto tecnico, è mai neutra negli effetti che produce. E la maggioranza politica che uscirà dalle urne, quale essa sia – di centrosinistra, moderata o di centrodestra – dovrà fare i conti con le scelte di oggi. Il prossimo governo, dovrà scegliere, inevitabilmente, se continuare sulla stessa linea di Monti o prendere una strada diversa rispetto agli indirizzi economici e sociali. Questo è il bipolarismo che è di fronte agli italiani. Anche perché le scelte non sono state tutte, egualmente, inevitabili. Alcune sicuramente lo erano per fermare il deterioramento economico, altre, invece, sono state funzionali a una società che cambia nei paradigmi che danno sostanza al sistema economico e sociale: meno stato nell’economia, più attenzione ai mercati, meno protezioni sociali.
L’inversione che si è avuta negli anni ’80 – quando si è assistito a un costante arretramento del ruolo pubblico e alla progressiva deregolamentazione dell’economia – ha avuto come risultato il sopravvento della finanza sull’economia reale. Con i danni che, oggi, sono sotto gli occhi di tutti. Sono stati i Paesi che hanno conservato una forte presenza pubblica, quelli che hanno risentito meno della “tempesta perfetta” della crisi. Tanto che l’Economist, a gennaio del 2012, ha dedicato una copertina sull’ascesa del capitalismo di Stato.
L’accusa che lo sviluppo (dell’Italia in particolare) sia stato fatto a scapito delle generazioni future, facendo crescere in maniera abnorme il debito pubblico, contiene solo una parte di verità. Perché una buona spesa pubblica tende a ripagarsi da sola, mentre la crescita incontrollata del debito dipende dalle degenerazioni, dall’uso inefficiente o addirittura criminale della spesa (com’è avvenuto, ad esempio, negli anni ’80). Non c’è alcun dato che suffraga l’idea che l’austerità porti a un “secondo tempo” di espansione economica. D’altronde se il Pil e occupazione dipendono dalla domanda, occorre incrementarla, non comprimerla. E per far crescere la domanda occorre aumentare la dotazione economica dei cittadini, in particolare delle fasce a basso reddito. Aumentare di cento euro il reddito di un lavoratore che guadagna mille euro, significa incrementare la domanda di circa novanta euro, mentre aumentare della stessa quota chi ha un reddito di un milione non produce effetti rilevanti. In una fase recessiva occorre che lo Stato faccia ciò che l’economia privata, da sola, non riesce a fare. Il new deal rooseveltiano investì sui lavori pubblici come antidoto alla crisi: strade, scuole, ferrovie, ospedali. Oggi bisognerebbe investire in banda larga, assetto del territorio, energie verdi. Investimenti che non solo farebbero crescere la domanda, ma occuperebbero anche centinaia di migliaia o milioni di persone. Per uscire dalla crisi occorre che lo Stato torni a occuparsi di ciò che il privato non ha convenienza a fare, con un piano d’investimenti che riequilibri il sistema economico tramite l’iniezione di domanda aggiuntiva.
Perché, in un periodo di crisi come quello attuale, la priorità deve essere la crescita economica e l’occupazione, non il rigore e la riduzione della spesa. Solo in questo modo è realistico pensare di ripianare il debito pubblico. Si è affermata, invece, la convinzione che l’austerità possa essere “espansiva”. Ma, come si rileva dai dati economici, le politiche improntate al rigore stanno peggiorando il quadro economico. Su questo punto sono ormai in grande maggioranza gli economisti secondo i quali l’austerità alimenta la spirale recessiva e accelera il deterioramento economico, con il risultato che lo Stato riceve meno gettito del previsto dalle imposte e non riesce a ripagare il debito che, nel frattempo, diventa insopportabile rispetto al decrescere del Pil. L’esatto opposto, cioè, di quanto si voleva ottenere. E’ quanto sta avvenendo in Italia, in Grecia, in Spagna e in Irlanda, generando incertezza sul futuro di milioni di cittadini. E l’incertezza sul futuro è la “materia prima” per le speculazioni finanziarie e il deterioramento dei fondamentali economici.
Le riforme introdotte dal Governo Monti e le scelte di politica economica rappresentano un cambio strutturale che tratteggia un modello di sviluppo molto diverso dal passato. I partiti sono davanti a un bivio rispetto al quale devono scegliere da che parte stare. E alle prossime elezioni politiche, prima ancora che leader e alleanze, è fondamentale che i cittadini possano scegliere programmi e idee che hanno a che fare con il futuro del Paese. Per i partiti, eludere una scelta chiara rispetto a questi temi, significherebbe restare ancora seduti in panchina. Una situazione che ritarderebbe la ripresa e ci allontanerebbe dal centro dell’Europa più di quanto stia facendo la crisi.

Questo articolo è stato pubblicato su l’Unità del 22 ottobre. Sfoglia l’indagine Tecnè in Pdf.

 

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