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Investire per recuperare competitività

di Fabio Germani

Cogliendo l’opportunità di parlare con imprenditori di altri Paesi ci si accorge di come l’Italia sia rimasta nel tempo troppo uguale a se stessa e di quanto non riesca – a causa di vincoli finanche culturali che si è autoimposta – a non trasformare il proprio potenziale in energia. Il nostro tessuto economico si basa per lo più sulle Pmi (che hanno un’incidenza pari a quasi il 90% del Pil) e sulle microimprese (con meno di dieci addetti) che rappresentano il 94,9% delle imprese attive.
Nel 2010 le imprese attive dell’industria e dei servizi di mercato – fa sapere l’Istat – sono 4.372.143 e occupano circa 16,7 milioni di addetti, di cui 11,2 milioni sono dipendenti. La dimensione media delle imprese si conferma particolarmente contenuta (3,8 addetti per impresa).
Complessivamente, le imprese italiane realizzano un valore aggiunto di circa 708 miliardi di euro. Il valore aggiunto per addetto è pari a 42,4 mila euro; il costo del lavoro per dipendente risulta di 34 mila euro; la retribuzione lorda per dipendente ammonta a 24,4 mila euro e l’incidenza dei profitti lordi sul valore aggiunto è del 26,6%. Rispetto al 2009, anno di profonda crisi produttiva, si registra una flessione del numero delle imprese (-0,3%) e degli addetti (-1,6%), ma un sensibile aumento del valore aggiunto (+12,3%).
Qualche addetto in meno e scarsa valorizzazione del capitale umano fanno da cornice a un sistema Paese stagnante, che di innovare (e dunque tornare a crescere) sembra non volerne sapere. Il governo Monti ha varato misure volte a snellire determinate procedure, ma l’eccessiva burocrazia e la pressione fiscale alle stelle rappresentano un ostacolo insormontabile per coloro che nutrono il desiderio di sviluppare un’idea che sia valida. Ciononostante nel 2010 le imprese italiane hanno sostenuto una spesa per investimenti fissi lordi pari a circa 138 miliardi di euro, con un aumento del 19,4% rispetto all’anno precedente. Ma attenzione: generalmente gli interventi connessi agli investimenti programmati dalle imprese riguardano soprattutto il rinnovo dei locali e delle attrezzature. Non si tratta cioè di un’operazione mirata a ricollocare l’azienda nel mercato e renderla più competitiva, bensì (brutalizzando il concetto) un atto di ordinaria amministrazione. Il problema non è esclusivamente italiano. In Francia, ad esempio, i maggiori imprenditori stanno chiedendo al presidente Hollande di diminuire la spesa pubblica (al 56% del Pil) al fine di incentivare nuovi investimenti. Per una piccola o media impresa che intende restare competitiva – come è evidente nel caso italiano – è una necessità organica. Nel nostro Paese, però, sussistono diversi vuoti da colmare e il divario Nord-Sud è con ogni probabilità un buco nero. Le imprese localizzate nelle regioni nord-occidentali e nord-orientali, infatti, contribuiscono insieme per il 61,9% alla creazione del valore aggiunto del Paese (rispettivamente 37,7% e 24,2%). La quota di valore aggiunto realizzata è pari al 20,3% nel Centro e al 17,8% nel Mezzogiorno. Una prima reazione delle imprese meridionali a queste difficoltà – viene spiegato nel rapporto elaborato da OBI-Osservatorio Regionale Banche – Imprese di Economia e Finanza e da SRM-Studi e Ricerche per il Mezzogiorno – è stata una consistente riduzione del personale dipendente, superiore a quanto osservato nelle altre aree del Paese. A fronte, tuttavia, di minori investimenti (il rapporto tra il Nord-Ovest e il Meridione è di 33 a 23). Non se ne scappa: investire in innovazione e ricerca vuol dire tornare ad essere competitivi.

 

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