Armiamoci e partite: com’è nato il flame su Francesca Borri | T-Mag | il magazine di Tecnè

Armiamoci e partite: com’è nato il flame su Francesca Borri

di Fabio Ferri

Questo non vuole essere un altro articolo su Francesca Borri, anche se se ne parlerà. Durante la scorsa settimana si sono susseguiti prima commenti poi post su blog che rispondevano all’articolo di Borri in cui lamentava le condizioni di lavoro una freelance in Siria: lei.
Al di là del soggetto è stato interessante rilevare come si sia sviluppata in rete la discussione, cercare di capire come le opinioni si siano polarizzate.

Cronologia essenziale

“Woman’s Work” (emblematico il titolo) è uscito il primo luglio sulla Columbia Journalism Review.
L’appello che ha fatto sul suo profilo Twitter (che contava un migliaio e qualche centinaio di followers e ora ne ha oltre 3.500) era che anche altri freelance facessero sentire la propria voce. Appello caduto quasi nel vuoto. Risponde con un tweet però Gianni Riota.

francesca_borri_1

L’articolo non riceve molto seguito in Italia, ci sono molti commenti sul sito della Cjr, che hanno avuto più o meno lo stesso tono di quelli del pubblico italiano: indignazione, solidarietà, critiche al fatto di lavorare per 70 dollari ad articolo. Nel Belpaese come fa notare Marco Bardazzi l’inglese non piglia gli animi dei twittaroli e blogger nostrani.

marco_bardazzi_1

Arriva allora la traduzione in italiano, anzi le traduzioni: ognuna un po’ diversa dall’altra. C’è La Stampa (in cui lavorano proprio Riotta e Bardazzi); c’è Minima et Moralia di Cristian Raimo; su Il Post.
Ecco che la miccia è accesa, dopo l’endorsemnet di importanti e seguiti giornalisti non solo sul web.
Le prime fiammate sono tutte di indignazione e solidarietà verso Francesca, c’è chi come Edoardo Camurri nel programma “Pagina 3” di Radio3 ne parla e la applaude. Molte condivisioni sui vari social media. Dopo uno o due giorni dalla traduzione italiana incominciano però a venir fuori i primi articoli critici: non negativi ma che semplicemente si pongono alcune domande.
I punti poco chiari sono di fondo tre.

1) Non è giusto accettare una paga troppo bassa, così si rovina il mercato, e poi in soldoni significa che si hanno altre entrate economiche (Riccardo Puglisi).

2) Troppe incongruità nell’articolo nei riferimenti che si fanno ad alcune vicende sia in Siria che in Bosnia (Cristiano Tinazzi).

3) Non si capisce bene di cosa si parla, sia per una scelta narrativa (che si rifà al Gonzo Journalism) sia perché si passa da un argomento all’altro senza molte spiegazioni: ci si lamenta della bassa paga, si accusano gli editori italiani, il maschilismo nei teatri bellici, la guerra in toto (Matteo Bordone).

Ecco che con le prime domande arrivano anche le prime risposte, scomposte alcune. Non dalla Borri ma nei commenti degli utenti che leggendo prima la traduzione e poi un post critico, controcorrente in quel momento, si infiammano di nuovo.

Il gusto non si discute

La polarizzazione dei commenti ai post che hanno avuto il merito di aprire un dibattito, forse lo stesso che cercava Borri, era tra chi pensava che l’articolo dovesse essere materiale di studio nelle scuole di giornalismo e chi lo vedeva con un patetico e referenziale esercizio di stile. Entrambi sia per lo stile adottato sia per il tema: la dura vita del freelance su di un campo di guerra. Non sappiamo se chi ha apprezzato l’articolo normalmente sia interessato o segua quello che succede in Medio Oriente, e se oltre all’articolo si leggano anche altri inviati o freelance. Il nodo è se sarebbero poi disposti, vista la loro adesione emotiva, a tirar fuori qualche euro per poter leggere gli articoli della Borri. Cioè capire se i lettori possono attraverso una modalità di crowdfounding sostituirsi in parte agli editori, che pagano poco e male (punto numero 1).
Alcuni dopo una prima “adesione” morale all’articolo “Woman’s Work”, hanno poi avuto qualche dubbio. Valigia Blu ha chiesto alla Cjr un fact-checking del pezzo di Francesca Borri. Semplicemente per capire se e come deve essere integrato o smentito eventualmente. Proprio a causa di alcune lacune (punto numero 2).
La confusione di argomenti trattati permette ad ognuno di concentrarsi su quello che maggiormente gli aggrada. Anche se poi il titolo richiama a quello che è il tema centrale per l’autrice: sono una donna in una guerra di uomini (e il cinico editore le chiede pezzi di storie di donne). Personalmente la meta-discussione che mi sarebbe piaciuto leggere riguardava il lavoro giornalistico, tralasciando un po’ di pietismi e fatti personali. Cosa che invece in un dato momento sembrava esser passato in secondo piano, parlando molto di chi è Francesca Borri (vuoi anche per una scelta stilistica ben precisa).

Chi è l’editore?

Per capire se ero disposto personalmente a spendere o sovvenzionare articoli di Francesca ho cercato altri suoi pezzi dal M.O. Ho trovato una sua vecchia intervista a Mustafa Barghouthi, importante leader palestinese. Nell’articolo però non ho letto alcun disclaimer sul fatto che lei sia stata anche sua portavoce (nulla toglie a quello che viene detto, ma come lettore per me è importante).
Quello del non detto sembra essere un’abitudine di Francesca Borri che non fa il nome della testata che le compra reportage di guerra a poco più di 50 euro a pezzo. Oltre a diversi blog e siti, come PeaceLink sembra che la sua principale collaborazione in Italia sia stata con Il Fatto Quotidiano.
Le ragioni dell’articolo oltre che ad una, giusta, visibilità potevano essere rintracciate nei tre punti di cui sopra: situazione dei freelance (perché non fare un articolo sulla loro situazione in Siria ad esempio); su una guerra che ormai sembra esser dimenticata (parlare della guerra e utilizzare sponde come Riotta o altri per aumentarne la visibilità); del maschilismo imperante sui campi di battaglia (far contento l’editore e scrivere un pezzo sulle donne in guerra). Certo è che se l’editore chiede sangue e bum bum non è solo per un suo macabro desiderio ma anche perché sa che è quello che vogliono i lettori, magari con foto di bambini straziati dalle mine. Sarebbe stato poi utile sapere nome e cognome di un editore così cinico: anche se la stessa Francesca conosce le regole del gioco e sa che poi avrebbe più difficoltà a lavorare come freelance per 70 dollari al pezzo. Ma chiede al popolo dei freelance su Twitter di indignarsi, almeno nello spazio di 140 caratteri: armiamoci e partite.

Combustione a freddo

In sintesi: la manifestazione degli umori di molti utenti in rete nasce quando qualcuno con una certa “influenza” fa da traino. Se non ci fossero state le traduzioni in italiano non si sarebbe innescato nessuna discussione. C’è una prima fase di adesione-condivisione passiva, e poi dopo che l’argomento è decantato (uno e due giorni al massimo) se ne fa una lettura critica. La polarizzazione di utenti con meno competenze molto spesso è netta e diretta: inferno o paradiso. Per far nascere una discussione servono più punti di vista (non solo in 140 caratteri) in particolare tra utenti “influenti”. Il periodo di indignazione, come per l’influenza, varia ma poi passa quasi indolore.

*Per flame qui ci si intende più che ad una serie di commenti gratuitamente ostili al dibattito che ha avuto in rete una particolare vicenda: con la “fiamma” che si sposta ora da un polo ora dall’altro dello spettro emotivo; che ha acceso, anche se per poco, l’animo degli utenti.

 

3 Commenti per “Armiamoci e partite: com’è nato il flame su Francesca Borri”

  1. Chiediamo la rettifica: valigiablu non ha mai tradotto il pezzo e non c’è stata nessuna ‘adesione morale’ iniziale al pezzo di francesca borri. ma come si fa a fare simili errori? Ma poi quale flame?

  2. redazione

    Ci scusiamo per l’errore riguardo la traduzione, che effettivamente non è stata mai fatta se non nei siti linkati (abbiamo provveduto a rimuovere la frase incriminata). Sull’adesione morale non ci si riferiva a Valigia Blu, ma a molti lettori dell’articolo di Francesca Borri.
    Grazie per la segnalazione.

  3. […] pubblicare perchè vende (sempre meno). Una interessante ricostruzione cronologica della vicenda si può leggere qui, ed anche questa conferma l’ aspetto che mi premeva sottolineare con questo […]

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