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Il Papa ai giovani della Gmg: Fate casino

di Rosalba Teodosio

papa_francescoOre 22.15 circa di giovedì 25 luglio: Papa Francesco scende dall’elicottero atterrato al forte militare di Rio, a tre chilometri e mezzo dal palco allestito sulla spiaggia di Copacabana. Dall’automobile bianca senza vetri il Pontefice percorre lentamente quella distanza salutando la folla e baciando ogni bambino che gli viene “passato”. Gioia, lacrime, canti, urla, una grande emozione. Un insieme ininterrotto di gesti e sguardi che il pastore scambia col suo popolo. Alla ricerca del contatto, sempre, anche fisico; un Papa che si lascia toccare, e che anzi si sporge e stende le mani per consentire ai giovani di farlo più facilmente.
Ha scambiato il suo zucchetto con quello – visibilmente più grande – di un uomo tra la folla, ha assaggiato con la cannuccia un mate argentino che qualcuno gli ha passato. Sorrisi, tanti sorrisi, enormi sorrisi. Giovane tra i giovani Papa Francesco, forte di quella sua anima latino-americana, entusiasta, irrequieto, instancabile. Il Papa arrivato da Roma è in questi giorni l’uomo che ritorna a casa. E quel reciproco amore tra lui e la sua terra appare evidente in ogni saluto, in ogni benedizione. Quasi come se i volti delle centinaia di migliaia di giovani e non solo accorsi ieri all’incontro avessero tratti familiari, quasi come se Francesco tornasse a parlare la sua lingua di sempre, tra i colori e i contorni di sempre.
E poi l’arrivo sulla pedana. Lo spettacolo musicale e le coreografie della tradizione brasiliana. La gioia, la festa. E’ il momento dell’accoglienza e dei saluti, è il momento del “riconoscimento”, della Parola e dell’ascolto. Ed ecco che il Papa parla al cuore dei ragazzi, con i più semplici dei vocaboli, i più vicini a quel mondo apparentemente lontano, i più comprensibili, i più incoraggianti: “Hagan lio”. Fate casino. “La fede è rivoluzionaria, il cristianesimo è rivoluzionario. Siete veri guerrieri, vedo in voi la bellezza del volto giovane di Cristo, il mio cuore si riempie di gioia. Vedete, cari amici, la fede compie nella vostra vita una rivoluzione che potremmo chiamare copernicana, perché ci toglie dal centro e lo ridona a Dio; la fede ci immerge nel suo amore e ci dà sicurezza, forza, speranza. All’apparenza non cambia nulla, ma nel più profondo di noi stessi tutto cambia” – ha detto il Papa al milione di giovani presenti ieri sera.
E appare così ovvio, così logico, così naturale che a parlare di rivoluzione sia proprio lui. Il Papa missionario, che sta donando in questi giorni più che mai uno spettacolo di umanità e di semplicità cui la Chiesa non era abituata.
La festa di benvenuto è arrivata a conclusione di una giornata particolarmente ricca di impegni per il pontefice, iniziata con la visita alla favela di Varginha. Una distesa di misere casupole, dove la legge dello Stato è riuscita a imporsi su quella dei narcos. Una povertà ancora troppo profonda, nuda come l’asfalto su cui sorge la favela, una comunità così simile alle tante di Buenos Aires, ultima in una città di contrasti e drammi quotidiani, speranzosa intorno al campetto di calcio che si apre a mo’ di piazza. Francesco la attraversa, si commuove, accarezza la gente, visita una famiglia. “Vorrei fare appello a chi possiede più risorse, alle autorità pubbliche e a tutti gli uomini di buona volontà impegnati per la giustizia sociale: non stancatevi di lavorare per un mondo più giusto e più solidale! Nessuno può rimanere insensibile alle disuguaglianze che ancora ci sono nel mondo. Ognuno, secondo le proprie possibilità e responsabilità, sappia offrire il suo contributo per mettere fine a tante ingiustizie sociali. Non è la cultura dell’egoismo, dell’individualismo, che spesso regola la nostra società, quella che costruisce e porta ad un mondo più abitabile, ma la cultura della solidarietà; vedere nell’altro non un concorrente o un numero, ma un fratello” – la stoccata del Papa. E poi la certezza: “Si può sempre aggiungere l’acqua ai fagioli”, riprendendo un proverbio locale. La solidarietà massima. La solidarietà addirittura tra i più miseri.
E’ il Papa dei poveri Francesco. Ai quali si rivolge senza commiserazione, ma con la forza dello Spirito e della fede. E’ il Papa del rinnovamento, della verità, della schiettezza, delle “cose chiamate per nome”, dell’essenziale, dell’uomo e del servizio. Nei suoi gesti vive il ricordo del Vescovo che da solo attraversa Buenos Aires in metro, del gesuita che non ha paura di contrastare i Kirchner, del padre che occupa il suo tempo nei centri di recupero dalla droga, nella lotta alla tratta delle bambine, che conversa e offre il mate ai «cartoneros» vestiti di stracci perché «un pastore deve avere lo stesso odore delle sue pecore”. E nei suoi sorrisi è difficile non riconoscere la gioia viva, pulsante, l’entusiasmo giovane e contagioso del tifoso. Della sua San Lorenzo certo. E della sua nuova chiesa, evidentemente.

 

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