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Legge elettorale: le proposte di Renzi

di Mirko Spadoni

matteo_renziLa divisione del territorio in 118 piccole circoscrizioni con attribuzione alla lista vincente di un premio di maggioranza del 15% (92 seggi), con una soglia di sbarramento fissata al 5%. Mentre ciascuna circoscrizione può eleggere un minimo di quattro e un massimo di cinque deputati.
La seconda proposta: la riforma sul modello della legge Mattarella modificata in alcune sue parti, con 475 collegi uninominali e assegnazione del 25% dei collegi restanti attraverso l’attribuzione di un premio di maggioranza del 15% e di un diritto di tribuna pari al 10% del totale dei collegi. Infine, la terza ed ultima proposta: la riforma sul modello del doppio turno di coalizione dei sindaci. Ovvero chi vince prende il 60% dei seggi e i restanti sono divisi proporzionalmente tra chi è invece uscito sconfitto dal confronto alle urne. Il sistema prevede inoltre una soglia di sbarramento al 5%. Mentre sarebbero ancora da stabilire se adottare le liste corte bloccate, con preferenze, o con collegi. Le dichiarazioni di Matteo Renzi hanno poi trovato il favore di alcuni esponenti del mondo politico, come Silvio Berlusconi e Angelino Alfano. Con il primo che, pur chiedendo un “election day”, ha ammesso la propria disponibilità a discutere le proposte del leader del Pd e il secondo che si è detto pronto a lavorare “sulla legge elettorale sul modello dei sindaci”.
Ma torniamo al sistema elettorale spagnolo e ci chiediamo: garantirebbe ciò che più serve al nostro Paese, ovvero la stabilità? Secondo Roberto D’Alimonte, politologo all’Università Luiss-Guido Carli, sì. Anche se, come spiegava all’Huffington post qualche tempo fa, questo sarebbe possibile solo – e soltanto – “se le circoscrizioni saranno piccole”, un po’ come accade proprio in Spagna, dove le dimensioni delle circoscrizioni (che coincidono con le cinquanta province) sono limitate. In questo modo “la governabilità” verrebbe favorita, “ma verrebbero penalizzati i piccoli-medi partiti (Lega, Sel, Scelta civica e forse anche M5S)”. “Se invece saranno più grandi – concludeva D’Alimonte – ci porterebbero in una situazione di ingovernabilità o di larghe intese”. Ma quali sono esattamente le caratteristiche del sistema elettorale spagnolo? E’ un proporzionale, che provvede all’elezione dei 350 deputati del Congresso (ovvero della Camera che esprime la fiducia), votati sulla base di liste “bloccate”, quindi senza il voto di preferenza. La media dei rappresentanti eletti in ogni circoscrizione, che – ricordiamo – sono tante quante sono le province (50), è molto basso: sette. Si passa però da un minimo di uno (Melilla e Ceuta), fino agli oltre trenta di Madrid e Barcellona. In molte altre circoscrizioni, gli eletti sono molti di meno: due, tre o quattro. Il sistema prevede anche una soglia di sbarramento del 3% a livello circoscrizionale, che – pur favorendo i partiti più grandi – ha effetti limitati sulle formazioni politiche più piccole. Il motivo? La soglia del 3% a livello circoscrizionale non è – il più delle volte – un ostacolo insormontabile per tutti quei partiti o movimenti capaci di catalizzare un buon numero di consensi nelle proprie circoscrizioni, riuscendo così ad ottenere una rappresentanza parlamentare anche se non numerosa. Ma c’è dell’altro: la legge non consente infatti alcun recupero nazionale dei resti, cioè dei voti non utilizzati nelle singole circoscrizioni per conseguire dei seggi.

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