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Una privacy sempre più a rischio

di Giampiero Francesca

facebook_privacy-1Proprio pochi giorni prima della fine dell’anno, John Thornill, editorialista del Financial Times, poneva, fra le parole rappresentative del 2013, “privacy”. In particolare, nel breve articolo ad essa dedicato, il giornalista riprendeva un racconto di Dave Eggers, pubblicato sempre sulle pagine del quotidiano economico ed ambientato nella Silicon Valley, incentrato a sua volta su una frase: “privacy is thetf” (la privacy è un furto). Non sono stati pochi, infatti, gli episodi, nell’anno appena trascorso, che ci hanno fatto riflettere sulla reale sicurezza dei nostri dati e delle nostre informazioni, in particolare nel magmatico universo della rete. Ultimo spunto di riflessione, in ordine di tempo, è la class action intentata da due cittadini americani (Matthew Campbell dell’Arkansas e Michael Hurley dell’Oregon) contro Facebook, reo, secondo i querelanti, di spiare e riutilizzare per propri fini commerciali le conversazioni private degli utenti. Quest’accusa prenderebbe spunto da una ricerca indipendente in grado di dimostrare la tracciabilità dei link scambiati da utenti di Facebook attraverso messaggi privati. Ovvia la risposta dei vertici di Palo Alto, pronti ad affermare che “le accuse sono prive di fondamento”, ma la perplessità sulla gestione di una mole tanto imponente di informazioni (gli utenti di Facebook solo negli Stati Uniti hanno raggiunto, nel 2013, i 166 milioni di utenti) non possono che rimanere aperte. Così come aperta resta la questione, forse ancora più delicata, sollevata dall’attacco informatico degli hacker etici a Snapchat.
Snapchat è una applicazione per smartphone di messaggistica istantanea, con 30 milioni di utenti, che consente di inviare foto e video che si autodistruggono in pochi secondi. Oltre all’appetibilità commerciale (che aveva spinto Facebook ad offrire 3 miliardi di dollari per provare ad acquistarla) questa particolare chat era finita nell’occhio del ciclone per la sua funzione “trova amici”, valutata altamente vulnerabile da alcuni esperti di sicurezza. Questi esperti, i cosiddetti hacker etici (pirati che si impegnano per aumentare la sicurezza informatica) non avendo avuto alcuna risposta da parte dei vertici di Snapchat, hanno dimostrato, con i fatti, la debolezza del sistema, pubblicando in rete le informazioni, parzialmente criptate, di 4.600.000 utenti. Il gesto eclatante, volto ad attirare l’attenzione dell’azienda, ha ottenuto il suo scopo visto che i vertici di Snapchat hanno risposto, il 27 dicembre, con un comunicato in cui ringraziavano per “l’assistenza” ricevuta e assicuravano una serie di nuovi accorgimenti “per rendere più difficili le intrusioni”. Nonostante le rassicurazioni la penetrabilità di applicazioni quali Snapchat apre un altro, inquietante, capitolo sulla reale capacità di garantire la nostra privacy sui nuovi mezzi di comunicazione. Se questo ancora non bastasse le nuove, e sempre più allarmanti, rivelazioni di Edward Snowden aprono scenari quasi inimmaginabili. Nell’articolo pubblicato lo scorso 2 gennaio da Steven Rich e Barton Gellman sul New York Times, infatti, i due autori riportano la volontà della National Security Agency di costruire un computer dalle enormi capacità di decrittografare attraverso un programma denominato, non a caso, “Penetrating Hard Targets”. Questo super processore sarebbe in grado, una volta sviluppato, di risolvere ogni tipo di cifratura superando le barriere di sicurezza bancarie, mediche, economiche e governative. La ricerca sulle possibilità di decodifica dei sistemi sicuri è fra le più attive in tutto il mondo. Non a caso l’Istituto matematico Clay (con sede a Cambridge, Massachusetts) ha inserito, fra i problemi del millennio, con un premio di un milione di dollari, la soluzione dell’Ipotesi di Riemann, riguardante la distribuzione dei numeri primi, che, se verificata attraverso un teorema, renderebbe decifrabile quasi ogni forma di crittografia.

 

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