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Il proibizionismo ha davvero fallito?

di Giampiero Francesca

cannabis“Il proibizionismo ha fallito”. Non sono parole di Pauline Morton Sabin, storica sostenitrice antiproibizionista americana (fondatrice, nel 1929 della WONPR, Women Organization for National Prohibition Reform), ma di Gianni Fava, assessore leghista, rilanciate attraverso Twitter per riaprire il dibattito in merito alla regolamentazione delle droghe leggere. Una dichiarazione forte a cui ha fatto eco, a poche ore di distanza, quella di Nichi Vendola che, sempre attraverso il social network, ha dichiarato: “La legge Fini-Giovanardi è una legge sbagliata, feroce, inefficace. Il proibizionismo non è altro che manna dal cielo per i narcotrafficanti”. Di tweet in tweet, si è passati così in breve dai dibattiti virtuali al confronto reale, in Parlamento, dove il deputato PD Luigi Manconi ha presentato un disegno di legge per modificare l’attuale normativa. Le parole usate dal parlamentare democratico sono state, all’incirca, le stesse di chi aveva accesso questa polemica; “Dopo trent’anni di fallimenti della politica proibizionista in tutto il mondo, che ha portato solo ampliamento del mercato e del numero di consumatori, carcerazione di massa e sofferenze sociali, si è avviata finalmente una riflessione da parte di molti enti pubblici e di alcuni stati nazionali”. Come sempre, prima di prendere una posizione, vale dunque la pena di soffermarsi sull’analisi della attuale legislazione italiana, cercando di gettare, al tempo stesso, uno sguardo oltre i nostri confini per capire come, nel mondo, venga gestita questa complessa questione. La storia recente della legislazione italiana in merito alle droghe leggere ha inizio con il testo unico in materia di disciplina degli stupefacenti e sostanze psicotrope, prevenzione, cura e riabilitazione dei relativi stati di tossicodipendenza contenuto nella legge n. 309 del 9 ottobre 1990. In particolare, l’art. 75 del testo, prevedeva, per l’uso personale, solamente alcune sanzioni amministrative, come la sospensione del passaporto, della patente di guida (o il divieto di conseguirla) o del porto d’armi per una durata che poteva oscillare da uno a tre mesi. Era compito del giudice stabilire, per ogni singolo caso, se la quantità di droga posseduta dall’imputato fosse riconducibile ad un uso personale o allo spaccio (punibile invece con sanzione penale). Era infatti la quantità, secondo il comma 1-bis lettera “A”, la vera discriminante, che “se superiore ai limiti massimi indicati con decreto del Ministro della salute emanato di concerto con il Ministro della giustizia sentita la Presidenza del Consiglio dei ministri – Dipartimento nazionale per le politiche antidroga”, appariva “destinata ad un uso non esclusivamente personale”. Il primo intervento in materia, di carattere antiproibizionista, avvenne il 18 aprile 1993, con la vittoria del “si” al referendum abrogativo proposto dai radicali. Con il 55,4% di voti a favore (e il quorum abbondantemente raggiunto) veniva abrogata parte della legge rendendo la posizione dei consumatori ancor più leggera. Troppo leggera per l’onorevole Carlo Giovanardi, da sempre strenuo difensore delle posizioni proibizioniste e fautore di numerose campagne contro la droga. Non stupisce dunque che il successivo intervento in materia, quello posto oggi nell’occhio del ciclone, porti anche la sua firma. La legge n. 49 del 21 febbraio 2006, conosciuta appunto come Fini-Giovanardi, equiparava tutte le droghe e reintroduceva il concetto quantitativo come unico parametro per distinguere il consumo personale dallo spaccio. Le pene per il possesso della cannabis, ora praticamente equivalente alla cocaina o all’eroina, aumentavano così da 1 a 6 anni, per fatti di lieve entità, e da 6 a 20 anni per le circostanze più gravi. Anche le pene amministrative per il possesso ad uso personale crescevano di durata, arrivando fino ad un anno di sospensione di patente e passaporto. Misure queste inefficaci e controproducenti, secondo i detrattori, non in grado di cogliere le varie sfaccettature del problema. Nella ferrea volontà di frenare la grave piaga sociale della droga si è infatti ricorsi a misure grossolane che, stando ai dati di diffusione delle sostanze stupefacenti, non sembrano affatto capaci di arginare il fenomeno. Accuse queste da più parti già mosse anche in altri paesi in cui rigide legislature hanno cercato di tamponare il problema. E’ sicuramente questo il caso della Francia.

Già nel 2011 l’ex ministro degli interni Daniel Vaillant, figura di spicco del partito socialista, si scagliava, dalle pagine di Liberation, contro il sistema repressivo d’oltralpe; “Se vogliamo ridurre il numero dei consumatori di droghe leggere in Francia dobbiamo depenalizzare: non c’è altra strada”. Secondo una legge del 1970 infatti, in Francia, il consumo di cannabis è punito con una pena fino ad un anno di carcere e un ammenda di 3.750 euro. Legge che non ammette deroghe nemmeno per piccole dosi giornaliere, a meno che non sia la stessa polizia a chiudere un occhio nella segnalazione del reato. Anche in questo caso però sono i dati di consumo di stupefacenti a bollare questo tipo di politica come inefficace, con 4 milioni di consumatori saltuari di droghe leggere e 1,2 milioni di abituali. Al di là della fermezza e della durezza delle pene va comunque notato come, quasi ovunque nel mondo, sia, completamente o parzialmente, illegale possedere e consumare droghe leggere. Fatta eccezione per l’uso terapeutico, consentito quasi ovunque, la detenzione di cannabis è formalmente proibita dal Canada al Giappone, dalla Russia alla Svezia, dall’Inghilterra a quasi tutto il Sud America. Pochi sono dunque gli esempi di legislazione antiproibizionista. Il caso più noto è quello olandese. La legge dei Paesi Bassi divide le sostanze stupefacenti in due categorie (o liste dalla Opiumwet, legge sull’oppio); sostanze che comportano rischi e danni inaccettabili per la salute (l’eroina, la cocaina, l’XTC e le anfetamine, anche denominate droghe pesanti, Harddrugs) e sostanze che causano meno danni alla salute (derivati dalla canapa indiana, marijuana e hashish). La politica della tolleranza (Gedoogbeleid) nei confronti di questa seconda categoria di droghe ne punisce il commercio, la vendita, la produzione e la detenzione, ma non l’uso. In particolare secondo la direttiva del 1º gennaio 2001 non si persegue la vendita di cannabis nei coffee-shop fino ad un massimo di 5 grammi al giorno per persona. Questa impostazione normativa non ha portato ad un maggior consumo di droghe leggere: nei Paesi Bassi il 9,7% dei giovani ragazzi consuma droghe leggere una volta al mese, paragonabile al livello in Italia (10,9%) e Germania (9,9%) ed inferiore a quelli del Regno Unito (15,8%) e Spagna (16,4%). Bisogna inoltre considerare come, esulando per un momento dal contesto sociale del problema, la scelta dell’Olanda comporti notevoli benefici economici. Il proibizionismo ha infatti un costo enorme (7 miliardi di dollari all’anno), come evidenziato in un appello firmato da 500 economisti nel 2005, fra cui i premi Nobel Milton Friedman, George Akerlof e Vernon Smith. Non sembra così un caso che altri paesi, in primis quelli della penisola iberica, si stiano muovendo nella direzione olandese. In Portogallo, dal 2011, è legale il possesso di droghe leggere (non la compravendita) mentre in Spagna, nello stesso periodo, si è tentato l’avvio di una sperimentazione di coffee-shop, come testimoniato dal lungo resoconto di Eva Cavero su El Pais. Più complessa infine la questione relativa agli Stati Uniti. A livello federale l’uso di cannabis è proibito per qualsiasi ragione, senza deroga alcuna, ma le leggi statati di 18 dei 51 Stati degli USA ne consentono l’utilizzo. In particolare ha fatto recentemente scalpore l’adozione, in Colorado, di una normativa che ha legalizzato anche l’uso per scopo ricreativo. Da gennaio di quest’anno per gli abitanti di Denver sarà dunque possibile acquistare e possedere fino a 28 grammi di droghe leggere, senza alcuna sanzione. Le file chilometriche registrate in questi giorni davanti ai coffee-shop hanno dimostrato subito la portata della della decisione e scatenato reazioni fortemente negative, come quelle di Patrick Kennedy che ha dichiarato: “La marijuana non è innocua: danneggia il cervello dei giovani, crea dipendenza e apre ad altre droghe. Se non vi sono piaciuti gli effetti di tabacco e alcool, vedrete ora cosa faranno i consumatori di erba”.

 

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