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La crescita dei paesi emergenti

di Giampiero Francesca

bricsIl PIL mondiale riprende a crescere. E’ questa la confortante conclusione riportata nel World Economic Outlook del Fondo monetario internazionale. Dopo un biennio di sostanziale stagnazione, con un prodotto interno lordo globale in crescita stazionaria del 3%, le previsioni per il futuro prossimo si preannunciano in rialzo. Nel 2014 infatti gli economisti di Washington prevedono una crescita mondiale pari al 3,7%, che dovrebbe salire, nei successivi dodici mesi, fino al 3,9%. Sarebbe però riduttivo e semplicistico riassumere il complesso quadro economico mondiale in una elementare e generalizzata ripresa, non considerando le persistenti e sostanziali differenze fra le diverse aree del globo. A trainare l’intero sistema verso l’alto sono infatti, ancora una volta, le economie emergenti, macro-categoria che al suo interno comprende una vasto numero di realtà molto diverse fra loro. E’ infatti difficile accomunare, se non per ragioni di carattere statistico, la situazione economica dei paesi del sud-america con quella dell’area russa o le condizioni politico-sociali mediorientali con quelle cinesi. Vale dunque la pena di soffermarsi sugli andamenti e le previsioni delle singole regioni per individuarne le caratteristiche peculiari e le interconnessioni globali che hanno condotto ad un così positivo risultato complessivo. Si evidenzierebbe, in questo modo, il trend non certo positivo del più grande fra i paesi emergenti, la Cina. A differenza di quanto si possa immaginare per il colosso asiatico, dopo due anni di netta crescita (con un aumento del PIL pari al 7,7% annuo), si prevede infatti un lieve ma significativo calo, che porterà la sua economia ad un +7,5% nel 2014 e +7,3% nel 2015. Dati impensabili per qualsiasi altra zona del mondo ma che, nel loro andamento decrescente, confermano le preoccupazioni già espresse da economisti quali Jian Chang (Barclays). I massicci investimenti infrastrutturale del governo cinese hanno infatti fortemente influenzato i dati di crescita del biennio 2012/2013, aumentando forzatamente la capacità industriale del paese, e inducendo un eccessivo ottimismo sulla situazione del colosso asiatico. Sembra invece riprendersi, dopo un periodo di difficoltà, l’economia di un altro grande protagonista emergente, la Russia. Il 2013 è stato, senza dubbio, un anno particolarmente negativo per la federazione a cavallo fra Europa ed Asia. Se infatti, nel 2012, il PIL del paese aveva toccato un sorprendente +3,4%, il brusco calo dei mesi successivi (con un aumento del PIL ridotto ad un complessivo +1,5%) aveva prodotto un immediato ridimensionamento delle prospettive dell’area con conseguenti riflessi sui mercati limitrofi (passati anch’essi da un +3,4% del 2012 ad un +2,1% del 2013). Le stime del FMI per il 2014 ed il 2015 evidenziano però una controtendenza, riportando in attivo le previsioni future (+2,0% nel 2014, +2,5% nel 2015), senza però superare del tutto il quadro di incertezza ed instabilità della zona (già una volta, infatti, lo stesso FMI era stato costretto, nell’ottobre del 2013, a rivedere le proprie stime al ribasso). Sono quindi solo due, fra i paesi BRIC, gli stati a non aver mai attraversato, per ragioni diverse, periodi di difficoltà; il Brasile e l’India. Nonostante la complessa condizione della regione sudamericana, e le difficoltà di ordine sociale che ancora caratterizzano il paese, i dati economici provenienti da Brasilia sembrano confortare il lavoro svolto fin ora dall’entourage politico della presidente Dilma Vana Rousseff. L’andamento crescente del PIL brasiliano è infatti una costante degli ultimi quattro anni. Una crescita più contenuta rispetto ad altre economie emergenti, meno esplosiva ed eclatante, ma anche per questo più forte e duratura. L’enorme repubblica federale ha visto crescere il suo prodotto interno lordo di un punto percentuale nel 2012, 2,3% nel biennio 2013/2014, e, secondo le stime, di ben 2,8% nel 2015. Un trend positivo che, proprio se inserito nel contesto più generale, risulta ancora più importante. Sono infatti proprio la stabilità e la durevolezza le chiavi di volta per un’analisi a medio-lungo termine di tutte i paesi emergenti. Una solidità dimostrata anche dall’economia indiana. Nonostante appaiano sempre più necessarie delle riforme strutturali in ambito socio-politico i dati macroeconomici della repubblica dell’Asia meridionale sono forse i più stabili fra quelli dei paesi emergenti. Grazie ad una stagione dei monsoni particolarmente favorevole e alla costante crescita delle esportazioni le previsioni sul PIL indiano lo attestano, per il 2014, ad un significativo +5,4%, che dovrebbe raggiungere nel 2015 le vette di un +6,4%. Dati che confermerebbero un sostanziale trend positivo, che vede aumentare, sin dal 2012, il prodotto interno lordo di un punto percentuale annuo (3,2% nel 2012, 4,4% nel 2013). Uno sguardo d’insieme non può dunque che evidenziare, sempre con maggior forza, il contrasto fra economie dai ritmi di forsennati e sistemi sociali spesso dal passo molto lento. Governare questa antinomia è sicuramente una delle sfide più importanti che le economie emergenti, la Cina su tutte, dovranno affrontare per poter mantenere ritmi di crescita in continuo aumento.

 

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