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Il primo Mac non si scorda mai

di Matteo Buttaroni

downloadSenza dubbio le chiavi del successo dei personal computer sono molteplici, ma è possibile individuarne almeno due: la grande potenza di elaborazione e l’ancor più grande capacità di memorizzazione. Alle quali si aggiunge una veste grafica e una facilità di utilizzo che hanno trovato origine trent’anni fa nel primo Mac: il Macintosh 128K. Quello di dedicare particolare attenzione alla grafica e alla praticità è un pensiero che fino ad oggi non ha fatto che consolidarsi e diffondersi, portando nelle case di tutto il mondo la concezione di personal computer come la intendiamo: finestre, icone e un mouse con il quale gestire un puntatore che mette la scrivania virtuale a portata di mano, il tutto condito da potenzialità che ci consentono di svolgere azioni prima di allora inimmaginabili.
Fu infatti proprio l’Apple a dimostrare che il concetto di WIMP (appunto windows, icons, mouse e pointer) potesse rivoluzionare il mercato di un oggetto fino a quel punto quasi sconosciuto ai consumatori.
E proprio da questo concetto nasce il successo del Macintosch della mela morsicata (secondo Wikipedia il nome Macintosh deriverebbe proprio da una varietà di mela popolare nel New England: la McIntosh, dal suo scopritore John McIntosh).
Sebbene i meriti del successo della Apple siano spesso dati a Steve Jobs, solo in parte è così: il vero e proprio “via” al progetto Macintosh fu dato dal programmatore statunitense Jef Raskin che proprio a proposito del progetto spiegò di avere ideato il Macintosh per facilitare la diffusione del personal computer. Anche il nome Macintoch, prima Annie, fu ideato da Raskin. Il pensiero del programmatore, che preferiva il basso costo ma larga diffusione, cozzava in modo particolare con quello di Jobs che ha sempre professato di non ledere alla qualità e all’originalità pensando troppo al prezzo finale di vendita. Un dissapore che portò Jobs a silurare Raskin e, cacciato lui stesso poco prima dal progetto Lisa, si mise a capo del progetto Macintosh integrandolo con la cosiddetta scrivania, quindi l’interfaccia ad icone, un mouse e una serie di programmi tra cui anche Word ed Excel che, utilizzabili finora solamente sul Dos, debuttarono per la prima volta nel 1984 grazie ad Apple (solo nel 1989 è stata rilasciata la versione per os Windows). L’importanza delle icone introdotte dal primo Mac risiede proprio nella loro semplice ed intuitiva rappresentazione: spostare un file o un documento sul cestino equivale infatti ad eliminarlo, il blocco note serve appunto per memorizzare nello stesso modo in cui si fa con una penna e un foglio. Tutti concetti che oggi possono risultare elementari, ma che trent’anni fa erano ancora in fase progettuale.
L’originalità. E’ su questo principio che si basa lo spot pubblicitario, rimasto nella storia, mandato in onda durante il Superbowl del 1984. Il video era un chiaro invito a ribellarsi alle tendenze per tentare il percorso dell’originalità. Nella pubblicità, basata sul Grande Fratello descritto in 1984 di George Orwell, una ragazza (l’Apple) tira un martello contro uno schermo che rappresenta l’oppressione ed il controllo sulla vita privata (l’Ibm), proprio come nel romanzo di Orwell.
Volendo fare un confronto tra il computer che segnò la rivoluzione informatica di allora ed un Mac standard odierno si potrebbe partire dall’analizzare la semplice memoria Ram: allora montava una scheda da 128Kb non espandibile (nulla era modificabile allora a partire dalla Ram fino ad arrivare all’hard disc). Oggi un classico Mac fisso monta almeno 4 Gb di memoria Ram. Mentre oggi montiamo hard disk da oltre 1000 Gb, all’epoca non esisteva nemmeno l’alloggiamento per la memoria interna, tutto funzionava tramite floppy disk da 400 kb (sufficientemente grandi da contenere un intero sistema operativo dell’epoca). Ancora: sulle tastiere del primo Mac non esistevano frecce, un piccolo escamotage ideato da Steve Jobs che portava gli utenti a familiarizzare sempre più con il suo mouse. Lo schermo era monocromatico, un dettaglio che rende superfluo il paragone con i display retina odierni. Tra l’altro, grazie ad un’apposita maniglia, il Macintosh 128 K era considerato “portatile”: 7,5 chilogrammi contro i 2.02 kg di un Mac Book Pro Retina da 15 pollici. Ma anche questo è un paragone forzato.

 

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