La delicata situazione in Ucraina / 2 | T-Mag | il magazine di Tecnè

La delicata situazione in Ucraina / 2

di Mirko Spadoni

putinIl presidente russo Vladimir Putin mette in chiaro una cosa: “Ci può essere solo una definizione per quello che è successo a Kiev e in tutta l’Ucraina. Si tratta di una presa del potere anticostituzionale e sotto minaccia armata”. Quindi: Viktor Yanukovich resta il legittimo presidente ucraino. Una posizione già ribadita dal premier russo, Dmitry Medvedev: “L’autorità di Yanukovich – scriveva su Facebook nella giornata di lunedì – è praticamente insignificante, ma è un fatto che sia il legittimo capo dello Stato in base alla Costituzione ucraina”. Nel corso del suo intervento, il leader del Cremlino si è rivolto ai membri del G7 che minacciano di non partecipare al G8 di Sochi (“Siamo pronti a tenere il G8, ma i nostri partner non vogliono venire, non vengano”). “Chi vuole introdurre le sanzioni contro Mosca – ha ribadito poi il presidente russo – deve pensare alle loro conseguenze perché i danni saranno reciproci”. E infine un avvertimento: “Ci riserviamo il diritto di usare ogni mezzo per proteggere i cittadini russi e ucraini in Ucraina”, anche se al momento “non c’è alcun bisogno” di inviare truppe armate nella vicina Ucraina. In qualità di comandante in capo delle forze armate, Putin ha poi ordinato il rientro nelle rispettive basi permanenti alle forze russe impegnate nelle esercitazioni a sorpresa, iniziate lo scorso 26 febbraio nelle regioni occidentali e centrali della Federazione russa e che avevano visto il coinvolgimento di 150 mila uomini, 90 aerei, 120 elicotteri, 880 carri armati, oltre 1200 mezzi di vario genere e sino a 80 navi della flotta del Nord e del Mar Baltico. Un ordine, ha spiegato il portavoce del Cremlino Dmitry Peskov, impartito in virtù dell’esito positivo delle prove. Ma se parte delle truppe russe rientrano nelle rispettive basi, allontanandosi dai confini ucraini, molte altre restano in Crimea. Secondo i numeri riportati dal Financial Times, le forze armate russe possono contare su un personale di 845.000 unità, compresi 250.000 soldati e 35.000 elementi dell’aviazione militare a cui vanno aggiunti due milioni di riservisti. Soltanto la flotta impegnata nel Mar Nero e di stanza nella base navale di Sebastopoli conta su un personale di 15.000 elementi a cui vanno aggiunti gli oltre 6.000 militari che hanno raggiunto negli ultimi giorni la Crimea. Un sottomarino, due incrociatori, un cacciatorpediniere, due fregate, dieci corvette e nove motovedette.
Niente a che vedere con le forze di cui dispone Kiev: 129.000 unità, compresi 64.750 militari e 6.000 componenti dell’aviazione. La posizione della Russia è chiara: garantire la sicurezza dei cittadini di lingua russa che vivono nelle regioni orientali dell’Ucraina e in Crimea. Un atteggiamento che nasconde delle insidie e non è detto che potrebbe avere delle ripercussioni in futuro.
Perché come faceva notare Timothy Snyder su Foreign Policy qualche giorno fa: “Se Mosca esclude i propri confini dalla norma internazionale generale di inviolabilità, prossimamente potrebbe dover affrontare alcune sfide indesiderate. Se le frontiere esterne russe sono zone flessibili – si chiede Snyder – allora che cosa succederà lungo la linea nella Siberia orientale che divide la Russia dalla Cina? Lì, Mosca detiene grandi quantità di risorse naturali. Lì vivono circa 6 milioni di cittadini russi, mentre non è possibile quantificare la presenza dei cittadini di origine cinese. La Russia si è infatti sempre rifiutata di effettuare un censimento. Pechino e Mosca – prosegue Snyder nel suo ragionamento – attualmente godono di buoni rapporti e i leader cinesi sono troppo sofisticati per avanzare delle pretese sulla Siberia orientale. Ma con l’aumentare delle pressioni demografiche e la ricerca di nuove risorse la situazione potrebbe cambiare e la dottrina russa, secondo cui i confini possono essere modificati in virtù delle presenze etniche, potrebbe fornire a Pechino un utile paradigma”.
La crisi in atto tra Ucraina e Russia ha avuto forti ripercussioni anche sui mercati: nella mattinata di lunedì, la Bank Rossii (la Banca centrale russa) ha dovuto vendere 10 miliardi di dollari, il 2% delle sue riserve di oro e di monete estere, per arginare il crollo del rublo. Tanto per farsi un’idea: nelle ore immediatamente successive all’apertura della Borsa, occorrevano 50,50 rubli per un euro e 36,85 per un dollaro. Un evento inedito, il muro simbolico dei 50 rubli per un euro non era mai stato infranto. “Le decisioni di politica monetaria di Mosca – ha comunicato la Banca centrale russa, che ha alzato a sorpresa i tassi di interesse dal 5,5% al 7% – saranno prese su base giornaliera”.
L’indignazione degli Stati Uniti (“Mosca è dal lato sbagliato della storia”, ha denunciato Obama), accompagnata dalle preoccupazioni dell’Unione europea e la condanna dei capi di Stato e di governo del G7, faceva da contraltare al sostegno di Pechino: “Tra la Russia e la Cina – si leggeva in una nota, che riferiva di un colloquio telefonico tra il ministro degli Esteri russo, Lavrov, e il suo omologo cinese Wang Yi – c’è un’ampia concordanza di vedute sulla situazione”.
In attesa di eventuali sanzioni nei confronti di Mosca da parte dell’Unione europea (il Consiglio Ue è stato convocato per giovedì) Washington ha deciso di congelare, “alla luce dei recenti eventi in Ucraina”, ogni forma di cooperazione militare con la Russia. Il Pentagono ha inoltre precisato che la sospensione riguarda tra l’altro “le esercitazioni, gli incontri bilaterali, le visite ai porti e la pianificazione di conferenze”. Ma c’è di più, perché l’amministrazione statunitense ha anche deciso di bloccare tutti i colloqui in materia di scambi bilaterali e di investimenti con il Cremlino, come comunicato dall’Ufficio per il Commercio Estero.
La crisi in Ucraina potrebbe – ed è inevitabile – avere conseguenze anche nei rapporti tra l’Unione europea e il suo terzo partner commerciale, dopo Stati Uniti e Cina: la Russia, che nel 2012 ha esportato beni per un valore complessivo di 123 miliardi di euro. Ma Mosca è anche il principale fornitore di prodotti energetici verso il Vecchio Continente: circa un quarto dell’intero consumo di olio e gas proviene dal sottosuolo russo. La maggior parte del quale (circa l’80%) viene trasportato in Europa grazie ai circa 40mila chilometri di gasdotti che si snodano sul territorio ucraino. Sorge legittima anche un’altra domanda: quali potrebbero essere gli effetti della crisi tra Mosca e Kiev sull’Italia, visto che buona parte del gas importato nel nostro Paese (oltre il 25%) proviene dalla Russia passando esclusivamente per l’Ucraina? L’amministratore delegato dell’Eni, Paolo Scaroni, ha minimizzato i rischi: “Non ci dovrebbero essere problemi di approvvigionamento di gas fino all’estate anche nel peggior scenario possibile, e cioè che non passi neanche un metro cubo di gas attraverso i gasdotti ucraini”, ha spiegato martedì scorso.
Nel frattempo, l’amministratore delegato di Gazprom, Alexey Miller, ha annunciato che a partire dal mese di aprile la Russia cancellerà lo sconto sul gas concesso a dicembre all’Ucraina (una riduzione che ha fatto scendere il prezzo del metano a 268,5 dollari per mille metri cubi rispetto ai 400 precedenti). Uno sconto di circa il 30% e che a suo tempo permise a Kiev di raddoppiare l’importazione di gas, passando dai 20 milioni di metri cubi del marzo del 2013 ai 45 milioni di metri cubi di febbraio-marzo del 2014 (per inciso: il fabbisogno del Paese ucraino si aggira attorno ai 50 miliardi di metri cubi annui). La situazione dell’Ucraina, il cui debito pubblico è elevatissimo (64 miliardi di dollari), potrebbe così peggiorare entro breve termine. Il governo ha già fatto sapere di aver bisogno di aiuti esteri immediati per 35 miliardi di euro, denaro necessario per evitare il fallimento e per – almeno in linea teorica – saldare i debiti per il gas con Mosca (oltre 2.7 miliardi di dollari). Giovedì scorso, rispondendo all’appello di Kiev, il direttore del Fondo monetario internazionale Christine Lagarde aveva annunciato l’invio di un team di esperti per valutare la fattibilità di un piano d’aiuti. Nel frattempo, secondo quanto riferisce il New York Times, gli Stati Uniti hanno promesso un miliardo di dollari di garanzie sui prestiti e promesse di assistenza tecnica. Parlando alla folla raccolta in piazza Maidan nella capitale ucraina, il segretario di Stato statunitense John Kerry ha annunciato: “Vi aiuteremo, il presidente Obama sta pianificando una maggiore assistenza”.

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