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L’industria musicale e lo streaming

di Matteo Buttaroni

spotifyC’è chi si dice convinto che lo streaming rappresenti una piaga per l’industria musicale. I dati, invece, sembrano dimostrare il contrario. A livello globale, negli Stati Uniti come in Italia o altri paesi, lo streaming audio è una delle voci più in crescita dell’intero settore, riuscendo a scansare talvolta sia i supporti rigidi che gli album digitali.
Per streaming si intende la fruizione di musica (ma anche la visione di film e serie tv) direttamente dalla rete, senza il bisogno di scaricare il brano. Una pratica che, attraverso servizi in abbonamento come Spotify, BeatsMusic o Deezer, coinvolge oltre 14 milioni di utenti. Cifra che, secondo la banca Crèdit Suisse, potrebbe arrivare a toccare le 148 milioni di unità entro il 2025.
Prima di passare al mercato italiano, guardiamo però come va la platea principale dello streaming audio. Secondo Nielsen negli Stati Uniti sono stati ascoltati 78,6 miliardi di brani nel corso dell’anno appena concluso (solo audio, i brani audio+video, come quelli di YouTube per intenderci, ascoltati sono stati 85,5 miliardi), segnando una crescita del 60,5% rispetto al 2013. Al contrario il download di singole canzoni è sceso nel 12% a 1,1 miliardi, seguendo la scia degli album (-9% a 106,5 milioni). I compact disc confermano lo stato di salute delle vendite già registrato dagli store digitali: 140,8 milioni i dischi venduti, per un calo del 14,9% rispetto all’anno precedente. In controtendenza i vinili: il fascino vintage dei “dischi di una volta” ha fatto schizzare le vendite sul mercato statunitense del 51,8% a 9,2 milioni di unità.
In termini di fatturato, la prima metà del 2014 ha visto scendere il mercato musicale statunitense del 4,9%, un calo, visto lo stallo sullo stesso periodo dell’anno precedente del settore digitale, da ascrivere unicamente ai supporti fisici. Secondo il rapporto stilato da RIAA (l’Associazione americana dell’industria discografica) il fatturato generale del primo semestre è stato di 3,2 miliardi di dollari, di cui 2,2 miliardi sono stati generati solo dalla musica digitale. Nel dettaglio la musica digitale vale il 71% dell’intero fatturato derivante dall’industria musicale, i supporti rigidi si sono ritagliati invece una fetta pari al 28%: all’incirca la stessa quota di mercato dello streaming (27%).
Crescendo del 28% rispetto ai primi sei mesi del 2013, il fatturato generato dallo streaming statunitense è valso 859 milioni di dollari, di cui 371 milioni solo dai servizi basati su abbonamento (il 23% in più sul 2013 in termini monetari e il 43% in più in termini di iscrizioni). La crescita maggiore è stata registrata invece dai servizi streaming basati solo su advertising (ovvero sugli annunci pubblicitari) cresciuti del 57% a 156 milioni di dollari. Altra fetta importante è quella rappresentata dai servizi di radio streaming (Pandora su tutti) il cui impatto sul fatturato del settore è stato pari a 323 milioni di euro (il 21% in più rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente).
A livello globale l’IFPI (l’Organizzazione che monitora l’industria discografica mondiale) ha rilevato che nel 2013 i ricavi derivanti dallo streaming sono aumentati del 51,3%, facendo segnare un +4,7% all’intero comparto musicale. L’Italia, che insieme a Francia, Germania, Paesi Bassi e Regno Unito è uno dei cinque mercati di punta del Vecchio continente, segue la scia.
I dati raccolti dalla Deloitte per la Fimi (Federazione dell’industria musicale italiana) indicano che, nel 2014, il mercato italiano ha segnato il secondo anno di crescita dopo undici in negativo. Il merito è soprattutto del digitale (il cui mercato è cresciuto del 43% a 23 milioni di euro di fatturato) e in particolare della crescita riscontrata dallo streaming (solo audio e audio+video): +95%. La quota di mercato è pari al 55% dell’intero settore della musica digitale, contro il 34% del 2013, e ha generato circa 12,6 milioni di euro di ricavi, contro i 9,8 milioni generati dal download.
Solo lo streaming audio (per il quale i servizi più utilizzati in Italia sono TimMusic, Deezer e Spotify) è lievitato del 134% dando vita ad un giro d’affari di 5,6 milioni di euro. Anche in Italia è importante il contributo dell’advertising: piattaforme video come YouTube e Vevo hanno generato un fatturato di oltre sette milioni di euro.

(Articolo pubblicato il 12 gennaio su Tgcom24)

 

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