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Verso un’Europa più flessibile?

juncker_ueCon la Banca mondiale che taglia le stime di crescita per il 2015 (dal 3,4% al 3%), gli occhi sono puntati in particolare sull’Eurozona. Anche perché, afferma la Banca mondiale, tra i rischi da tenere in considerazione c’è proprio, tra le altre, la prolungata stagnazione dell’area dell’euro.
Secondo le previsioni, l’Eurozona crescerà dell’1,1% nel 2015 mentre gli Stati Uniti cresceranno del 3,2%. Il tema della crescita è ormai ricorrente e molto, al riguardo, si è insistito in occasione del congedo della presidenza di turno italiana dell’Ue al Parlamento di Strasburgo martedì 13 gennaio. La dicotomia tra austerity e crescita sembra, però, giunta ad un compromesso: si darà più tempo per risanare i conti a chi fa riforme e investe. Il pacchetto che ha presentato la Comissione europea comprende, infatti, una clausola delle riforme, una clausola degli investimenti e la possibilità di adeguare il risanamento dei conti pubblici alle condizioni economiche del singolo paese. In pratica, laddove l’economia risulta particolarmente debole, è possibile deviare temporaneamente dal percorso di risanamento se allo stesso tempo si adottano riforme importanti (circostanza che al nostro paese dovrebbe evitare l’impellenza di provvedimenti aggiuntivi). Per riforme importanti si intendono quelle misure che abbiano un impatto duraturo sulla crescita e sull’occupazione.
Non che un tale allentamento non sia esente da vincoli. La deviazione non deve concedere lo sforamento del limite del 3% sul rapporto deficit-Pil e in aggiunta, nella definizione dell’aggiustamento di bilancio, si potrà deviare dal percorso se gli investimenti sono cofinanziati dall’Ue. Per quanto riguarda il Piano Juncker (un piano da 315 miliardi di euro in tre anni), i contributi nazionali al Fondo europeo per gli investimenti strategici (Efsi) non saranno conteggiati – solo in questo caso – se avverrà lo sforamento del 3%, purché “contenuto e temporaneo”.
Dunque si tratta di un primo passo verso una maggiore flessibilità, tanto richiesta negli ultimi mesi in contrapposizione alle politiche rigoriste sponsorizzate soprattutto dalla Germania. “I parametri di Maastricht sono anacronistici”, ha ricordato ancora di recente il presidente del Consiglio, Matteo Renzi, pur assicurando il rispetto delle regole.
Il tetto del 3% al deficit/Pil è una misura studiata sul rapporto debito/Pil che andava mantenuto al 60%, ovvero la soglia media in Europa nei primi anni ’90. Era un fatto di meri calcoli, trattandosi del saldo tra entrate e uscite pubbliche. Poiché la crescita nominale si attestava al 5% e l’inflazione al 2%, i debiti, per non superare il 60% strutturale, potevano crescere al massimo del 3% l’anno. Il problema è che nel frattempo, complice la crisi, la crescita si è arrestata (in Italia, ad esempio, l’economia è stagnante da molti anni) e, piuttosto, si è affacciata la deflazione.
Le regole, rinvigorite dai più recenti accordi – su tutti il fiscal compact, applicato proprio dal 2015 –, prevedono che a interessare sia la diminuzione non del debito pubblico in termini assoluti, ma del debito pubblico rispetto al Pil. Questo significa che un’economia stagnante è più esposta al mancato adempimento a differenza di una in costante crescita che può mantenere il debito su livelli stabili.
Una delle conseguenze, finora, è stata la rinuncia agli investimenti che invece incentivano la crescita. Un modello, in questo senso, è giunto dagli Stati Uniti. La crescita degli ultimi mesi, infatti, è dipesa, sì, da una politica monetaria espansiva (che con ogni probabilità verrà a breve intrapresa dalla Bce), ma anche da un massiccio programma di investimenti. Che, come detto, favoriscono crescita e occupazione.

(articolo pubblicato il 14 gennaio 2015 su Tgcom24)

 

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