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Alla ricerca di lavoro (all’estero)

di Fabio Germani

giovani_lavoro_disoccupazioneGermania, poi il Regno Unito che però resta tra le mete preferite tra i più giovani. A seguire Svizzera, Francia e Spagna. È soprattutto in questi paesi che si recano i nostri connazionali che decidono di lasciare l’Italia per cercare fortuna altrove. Tra il 2008 e il 2013, quindi nel pieno della crisi economica, sono emigrati più di mezzo milione di italiani, perlopiù all’interno dell’Unione europea.
Secondo il Centro Studi di ImpresaLavoro, che ha condotto la propria indagine sulla base dei dati Eurostat, nel complesso sono stati 554.727 gli italiani andati via, di questi soltanto nel 2013 se ne contano 125.735, in crescita rispetto al 2008 del 55% su base annua. Il 39% (214.251, dei quali 47.048 nel 2013) sono giovani tra i 15 e i 34 anni: un incremento, rispetto al 2008, del 40%.
Di solito le scelte ricadono su paesi considerati accoglienti, con buone prospettive di formazione e un mercato del lavoro più dinamico. È una costante ad ogni latitudine: l’Ilo, l’Organizzazione mondiale del lavoro, già in un rapporto del 2004 osservava che in 400 mila, tra scienziati e ingegneri provenienti da paesi in via di sviluppo, lavoravano nei settori di competenza in paesi economicamente più avanzati.
In questo senso, nell’Ue, non deve stupire l’attrattività della Germania. La Germania, infatti, è un paese che presenta un tasso di disoccupazione relativamente basso, stabile al 6% (il tasso di disoccupazione misura il numero di persone che cercano lavoro sul totale della popolazione attiva, senza però trovarlo), nel mese di giugno al 6,4%, con la quantità di persone senza lavoro che ha registrato un’ulteriore flessione.
Il mercato del lavoro tedesco, per molti attualmente un modello, è caratterizzato anche dal costante ricorso ai cosiddetti mini jobs, lavori che prevedono salari relativamente bassi e, in diversi casi, coperture assicurative quasi assenti. Per quanto siano stati rilevati di recente sostanziali incrementi del reddito, il numero di impieghi a basso salario hanno rilevato una crescita non indifferente (oltre il 20%) dal 1995 al 2010.
Non è forse un caso se chi arriva in Germania, secondo un recente studio Ocse, riparte dopo qualche tempo. Anche gli italiani: il 60% di coloro che si trasferiscono per lavoro vanno via dopo un anno. Tuttavia tra il 2007 ed il 2011 le persone giunte dalla Grecia sono aumentate del 73%, del 50% dalla Spagna, del 35% dal Portogallo e dall’Italia.
Ma se la Germania risulta essere particolarmente attrattiva ciò dipende dalle dinamiche del mercato del lavoro in Europa negli anni della crisi. In questo periodo, infatti, è cresciuto nell’Ue il tasso di disoccupazione strutturale – che ha ripercussioni negative sul Pil – a causa soprattutto dell’allungamento del periodo di disoccupazione medio (si pensi ai casi di disoccupazione di lunga durata, ovvero di coloro che non trovano lavoro da 12 mesi o più). Di conseguenza i milioni di posti di lavoro persi è difficile ora riassorbirli tutti, nonostante il periodo più favorevole.
Non solo Unione europea, comunque. ImpresaLavoro ha rilevato anche un consistente numero di nostri connazionali (26.072) che si sono trasferiti negli Stati Uniti nel periodo 2008-2013. Di questi 9.104 sono giovani e in 5.560 hanno preso questa decisione nel 2013. Negli Stati Uniti il tasso di disoccupazione è sceso a giugno al 5,3%.

(articolo pubblicato il 23 luglio 2015 su Tgcom24)

 

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