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Non conoscere crisi: i numeri del terzo settore in Italia

welfareL’importanza del terzo settore, oltre che in termini sociali anche in termini economici, è ormai un argomento consolidato. Ma l’ultimo rapporto I.t.a.l.i.a. – Geografie del nuovo made in Italy di Unioncamere, Fondazione Edison, Fondazione Symbola e Aiccon, che al tema dedica un capitolo, è l’ennessima conferma del potenziale delle nostre imprese sociali.
Il terzo settore italiano comprende organizzazioni di natura privata, caratterizzate dalla produzione di beni o erogazione di servizi di utilità sociale. E se non fosse per le imprese o le associazioni che operano nel terzo settore, il nostro paese non raggiungerebbe mai l’attuale grado di welfare.
La cooperazione sociale in Italia conta 12.570 realtà e occupa 513 mila persone, di cui il 63% a tempo indeterminato (nel complesso, in Europa, sono 14,5 milioni le persone impiegate nell’economia sociale, in crescita dagli 11 milioni del 2003). Le cooperative sociali hanno generato nel 2011 un fatturato complessivo di 10,1 miliardi di euro, pari al 17,5% delle entrate registrate nel medesimo anno dalle istituzioni non profit.
Spiega poi il rapporto che all’interno del non profit produttivo operano 774 imprese sociali, in particolare nei settori della sanità (58%), dell’assistenza sociale e dell’istruzione. Le imprese sociali occupano 29 mila persone e coinvolgono circa tremila volontari con una offerta di beni e servizi per l’80% rivolta direttamente ai cittadini e alle famiglie dei beneficiari (229 mila), generando un valore della produzione di 314 milioni di euro.
Nell’edizione 2013 del rapporto I.t.a.l.i.a. veniva anche messo in risalto la quantificazione del risparmio sociale derivante dalle ore di lavoro messe gratuitamente a disposizione dai quattro milioni di volontari e, dunque, dal benessere materiale e immateriale assicurato a chi ha beneficiato delle loro prestazioni.
Sono numeri interessanti. Secondo una stima del peso economico del lavoro volontario nel nostro paese, il valore è pari a 7.779 milioni di euro sulla base delle ore di volontariato prestate e le equivalemti unità di lavoro (ULA). Questa stima corrisponde allo 0,7% del Pil e nel complesso il volontariato in termini economici rappresenta il 20% dell’ammontare complessivo delle entrate delle istituzioni non-profit.
Negli anni più duri della crisi economica, mentre l’occupazione diminuiva nelle imprese dell’industria e delle costruzioni, cresceva in maniera costante nel non profit, in particolare negli ambiti sociosanitario e dell’istruzione. Certo il perdurare della crisi ha costretto alcune imprese sociali a ridimensionare i livelli occupazionali, ma là dove è avvenuto è stato in quote inferiori rispetto agli altri settori di attività economica.
Anche in Ricerca e Sviluppo, nel periodo 2001-2011, come già si era potuto osservare in altre ricerche, nel non profit gli investimenti sono cresciuti del 2,2% quando crollavano negli altri settori. Dinamicità che si è mostrata soprattutto in termini di innovazione: il 41,6% – affermava il rapporto I.t.a.l.i.a. nelle precedenti edizioni – ha introdotto elementi innovativi nel corso del 2010. L’investimento in innovazione più diffuso ha riguardato il sistema organizzativo e gestionale dell’impresa (19,6%). Meno diffuse, invece, sono state le innovazioni riguardanti i processi (7,1%) e gli aspetti commerciali della produzione (4,8%).
Ma anche da un punto di vista strategico può essere spiegato il trend positivo. La crisi ha rallentato il ciclo produttivo, pertanto gli operatori del terzo settore hanno tentato anche altre strade. Il rapporto I.t.a.l.i.a. ne ha individuate tre: una prima legata alla rigenerazione di comunità attraverso modelli di sviluppo locale; una seconda relativa a percorsi di innovazione intersettoriale; infine, una terza tendenza collegata allo sviluppo di nuove forme di imprenditorialità nate da rapporti tra mondo non profit e imprese for profit.

(articolo pubblicato il 27 luglio 2015 su Tgcom24)

 

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