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Lavoro, pesa l’aumento degli inattivi

lavoro_disoccupazioneAnche quest’anno – è il terzo consecutivo – l’Italia sarà sotto osservazione da parte della Commissione europea per gli squilibri macroeconomici (non siamo i soli: sono 18 paesi in tutto quelli che verranno analizzati da Bruxelles, Germania compresa). Gli squilibri che interessano maggiormente il nostro paese sono “perdita di quote di export, debito, disoccupazione”.
Sul lavoro, in particolare, vengono presi in considerazione anche il tasso di attività della popolazione tra 16 e 54 anni, la disoccupazione a lungo termine e quella giovanile. Gli ultimi dati Istat su occupati e disoccupati hanno restituito un quadro piuttosto frammentato del nostro mercato del lavoro.
Procediamo con ordine. Secondo un recente studio dell’Ocse l’Italia è il quarto paese nell’area per percentuale di disoccupazione di lunga durata (12 mesi o più) sul totale di chi è senza lavoro. Dal 2007 al 2013 la quota di disoccupati di lunga durata è infatti cresciuta dal 45% a quasi il 60%. Peggio di noi Irlanda, Grecia e Slovacchia (che supera la soglia del 70%). Il rischio, in un periodo lungo, è che tale condizione peggiori fino a tradursi in disoccupazione “strutturale”.
Un tema altrettanto fondamentale, in parte collegato al precedente e sicuramente attuale, è proprio quello relativo al tasso di attività, che nel caso italiano è da tenere sott’occhio. Tecnicamente gli inattivi sono le persone che non fanno parte delle forze di lavoro, ovvero quelle che l’Istat non classifica come occupate o in cerca di occupazione.
Nel mese di ottobre, tendenza già osservata a settembre, il tasso di inattività (15-64 anni nelle rilevazioni Istat) risulta in aumento (+0,1%). In pratica, spiega l’istituto di statistica, dopo la crescita di settembre (+0,5%), la stima degli inattivi tra i 15 e i 64 anni è aumentata ancora nell’ultimo mese dello 0,2% (ovvero +32 mila persone inattive). Su base annua l’inattività aumenta dell’1,4% (+196 mila persone inattive) e il tasso di inattività di 0,6 punti percentuali.
Dunque non è da escludere che una quota consistente di “nuovi” inattivi rientri nella cosiddetta area grigia, ovvero di coloro che non hanno svolto ricerca attiva di lavoro ma che in verità, a determinate condizioni, potrebbero risultare impiegabili. Il che, almeno in parte, spiegherebbe il recente calo del tasso di disoccupazione (che tiene in considerazione il numero di persone che cercano lavoro sul totale della popolazione attiva, senza però trovarlo).
Ad aggravare la situazione, poi, è il calo effettivo degli occupati, una flessione di 39 mila unità a ottobre. Il periodo giugno-agosto aveva registrato una crescita (+0,5%), ma alla diminuzione di settembre si è aggiunta un’ulteriore discesa dello 0,2%.

 

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