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L’Imprenditoria femminile in Italia

donna_carriera_salarioLa mancata partecipazione delle donne al mercato del lavoro, è cosa nota, ha un riflesso negativo sul Pil. Secondo le ultime stime Istat sono poco meno di dieci milioni le donne che nel corso della loro vita hanno dovuto rinunciare al lavoro per motivi familiari.Insomma, spesso in Italia le donne sono costrette a compiere delle rinunce: o lavoro o famiglia, due questioni incompatibili il più delle volte per assenza di adeguate politiche a sostegno della famiglia (e non a caso, il nostro, è anche un paese che presenta un basso tasso di natalità).
Di recente, però, ancora l’Istat ha diffuso nuovi dati sull’imprenditorialità femminile, che consegnano un quadro abbastanza esaustivo del fenomeno. Si è parlato sovente, negli anni della crisi, di donne che diventano imprenditrici per superare le difficoltà occupazionali. La verità è che come si è distanti dal raggiungimento del target europeo in riferimento al mercato del lavoro, anche l’imprenditorialità vede una massiccia concentrazione della componente maschile rispetto a quella femminile.
Nel 71,2% dei casi, infatti, gli imprenditori delle nuove imprese con dipendenti sono uomini. Il dato, spiega l’Istat, riguarda più il settore di attività economica che il territorio. L’imprenditorialità femminile delle imprese nuove nate, invece, si concentra maggiormente nel settore del commercio (32,9% contro il 67,1% dell’imprenditorialità maschile) e nel settore degli altri servizi (31,7% contro il 68,3%). La quota più bassa di imprenditrici si osserva nel settore delle costruzioni (15,4%). Nel complesso la quota di imprenditrici si attesta al 28,8%.
La ripartizione territoriale, come dicevamo, non sembra essere un fattore rilevante. L’imprenditorialità femminile può così variare da un minimo del 27,9% nel Nord-ovest a un massimo di 29,9% nel Centro. Più interessante, al contrario, è analizzare le differenze (che sono significative) relative alle caratteristiche socio-demografiche degli imprenditori.
Possiamo così suddividerli tra quelli che operano nelle imprese potenzialmente High-growth (ovvero – spiega l’Istat – le imprese sempre attive negli anni 2010-2013 con almeno 10 dipendenti nel 2010), nelle imprese High-growth (le imprese con almeno 10 dipendenti ad inizio periodo che presentano una crescita media annua in termini di dipendenti superiore al 20%, su un periodo di tre anni consecutivi) e nelle imprese Gazelle (un sottoinsieme delle “High-growth” giovani, che hanno quattro o cinque anni di vita).
Stando alle stime le imprese High-growth nel 2014 sono circa 3.800 e quelle Gazelle 534. In media la quota di imprenditrici è minore nelle imprese High-growth (24,2%), sia rispetto alle imprese potenzialmente High-growth (26,7%) sia rispetto alle Gazelle (25,6%).
Ad ogni modo, secondo l’Osservatorio di Unioncamere e InfoCamere le giovani donne stanno anche cominciando a sperimentare forme di imprenditoria in diversi settori, molti dei quali storicamente “occupati” dagli uomini, tipo le attività finanziarie e assicurative (cinquemila imprenditrici under 35 che rappresentano oltre il 33% del totale, come riporta Cna Impresa Donna), quelle del settore artistico, sportivo e di intrattenimento (32%), quelle immobiliari (30%) e professionali, scientifiche e tecniche (29%).

 

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