I consumi delle famiglie italiane nel 2015 | T-Mag | il magazine di Tecnè

I consumi delle famiglie italiane nel 2015

I consumi delle famiglie italiane nel 2015: consumi ancora inferiori del 6,3% rispetto al 2008. Cambiano le strategie di acquisto degli italiani, in forte aumento l’uso di internet. I risultati dell'indagine FILCAMS in collaborazione con Fondazione Di Vittorio e Tecnè

Nonostante un leggero miglioramento rispetto all’anno precedente, nel 2015 la spesa media mensile delle famiglie, anche senza considerare il calo del potere d’acquisto, resta ancora notevolmente inferiore ai livelli del 2008 (-6,3%) e a quelli di dieci anni prima (-2,9%). Rispetto al 2008, anno d’inizio della crisi economica, la spesa alimentare è diminuita complessivamente di quasi 17 euro, mentre quella non-alimentare di 136 euro. Ma oltre al valore medio della spesa negli ultimi 10 anni sono notevolmente cambiati anche gli standard e le modalità di consumo. È quanto emerge dal Rapporto 2015 – I consumi delle famiglie della Filcams Cgil in collaborazione con l’istituto di ricerca Tecnè e la Fondazione Di Vittorio.
Per quanto riguarda i consumi alimentari – si legge nel Rapporto – le famiglie spendono meno per l’acquisto di olio d’oliva, carne bovina, formaggi, acqua minerale e vino. Sono cresciuti invece i consumi di uova, pollame e selvaggina, di altri olii e di birra. Per quanto riguarda le spese non alimentari, le famiglie spendono meno per elettrodomestici, mobili e arredi, prodotti editoriali (giornali, riviste, cd-dvd, libri), per abbigliamento e calzature, per le riparazioni e la manutenzione di oggetti mentre è cresciuta la quota di reddito destinata al trasporto pubblico, le spese per l’abitazione, le utenze e le spese per l’istruzione. Per quanto riguarda invece gli orari dei punti vendita, gli italiani prediligono l’orario continuato (55%) ma non le 24 ore di apertura (che risulta la scelta più bassa con il 15%); mentre si dividono tra quanti ritengono migliore l’apertura dell’esercizio 6 giorni su 7 (47%) e quanti vorrebbero l’apertura 7 giorni su 7 (45%). La quasi totalità (93%) ritiene che in ogni caso i diritti dei lavoratori devono essere garantiti.

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MARIA GRAZIA GABRIELLI (FILCAMS CGIL): “CAMBIAMENTI SOCIETA’ NON POSSONO ESSERE SOTTOVALUTATI”
“I cambiamenti che la nostra società ha subito con la crisi degli ultimi anni non possono essere sottovalutati”, è il commento di Maria Grazia Gabrielli, segretario generale Filcams Cgil. “Abitudini diverse, consumi oculati, i cittadini e le famiglie – prosegue Gabrielli -, hanno modificato le loro strategie di acquisto, e questo cambiamento può sempre più considerarsi come strutturale. Un’analisi importante che ha messo in luce i cambiamenti delle modalità di acquisto, che vedono crescere forme fino a pochi anni fa sconosciute, come gli acquisiti on-line. Significativo, inoltre, che gran parte degli intervistati non ritenga importante l’apertura dei negozi h24. La diminuzione dei consumi, la contrazione delle entrate, ha portato le aziende del settore a cercare soluzioni per affrontare il momento di crisi, troppo spesso individuando nella diminuzione del costo del lavoro, la principale soluzione per arginare gli effetti della crisi, scaricando il problema solo sui dipendenti”.
“È tempo – aggiunge il segretario generale Filcams Cigil – che tutta la rete della distribuzione intraprenda una riflessione per avviare un rinnovamento organizzativo che coinvolga tutti gli stakeholders del sistema, soprattutto per individuare nuove politiche di intervento. Riforme del mercato del lavoro, liberalizzazioni degli orari e delle aperture commerciali, assenza di un contratto nazionale di riferimento, non hanno aiutato la ripresa dei consumi, ma hanno impattato negativamente sulle condizioni di lavoro. La contrattazione resta un momento di confronto importante che non deve essere svilito. Il contratto nazionale deve rimanere il quadro di riferimento normativo, una rete da costruire, anche per dare delle risposte sul fronte dei consumi, valorizzando e riqualificando il lavoro”.

IL RAPPORTO
Nel 2015 le famiglie italiane hanno speso, in media, 1.440 euro al mese per mangiare, le spese per la casa e i pasti fuori casa (-2% rispetto al 2008), 264 euro per vestirsi, prendersi cura di sé, andare in vacanza (-18,5%), 293 euro per muoversi in città, viaggiare e comunicare (-9,6%), 126 euro per cure mediche, istruirsi e informarsi (-10,0%) 208 euro per le altre spese (-9,6%).

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SETTE FAMIGLIE SU DIECI HANNO CAMBIATO STANDARD DI CONSUMO
Nel complesso il 57% delle famiglie italiane, negli ultimi anni, ha ridotto la quantità e/o la qualità della spesa alimentare. Se si considerano i consumi non-alimentari la quota sale al 72%.
In particolare il 5% delle famiglie ha abbassato il livello di qualità dei prodotti alimentari che acquista, il 34% ha tagliato sulla quantità, mentre il 19% ha ridotto sia qualità che quantità.
Ancora più netti i cambiamenti che riguardano la spesa non alimentare: il 5% ha ridotto la qualità, il 42% la quantità e il 26% qualità e quantità.
A non aver modificato negli ultimi anni, i comportamenti di consumo sono solo il 36% delle famiglie per quanto riguarda la spesa alimentare e il 23% per quella non alimentare; rispettivamente il 7% e il 5% hanno, invece, migliorato gli standard qualitativi e quantitativi.

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LA SPENDING REVIEW DEI CONSUMI HA COLPITO IL MADE IN ITALY
La necessità di modificare gli standard di consumi ha colpito soprattutto le produzioni di qualità, in particolare quelle italiane. Fatto 100 la spesa delle famiglie italiane nel 2008 per l’acquisto di formaggi nel 2015 è stata 11 punti inferiore, per il vino -12, per l’olio d’oliva -23, per l’abbigliamento -32, per le calzature -16.
Il calo non riguarda esclusivamente le produzioni italiane ma il peso e l’attitudine del made in italy ha evidentemente ricadute pesanti sul comparto specifico.

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IL 29% DELLE FAMIGLIE HA CONSUMI INFERIORI ALLE NECESSITA’. META’ DELLE FAMIGLIE PIU’ POVERE NON RIESCE A SODDISFARE BISOGNI PRIMARI
Particolarmente alto il numero di famiglie che non riesce a soddisfare i bisogni effettivi: il 29% dichiara, infatti, consumi inferiori alle necessità, il 67% ritiene di avere standard adeguati ai bisogni effettivi, mentre solo il 4% li giudica superiori.

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Com’è evidente la possibilità di soddisfare i bisogni reali (mangiare, vestirsi, curarsi, pagare l’affitto o il mutuo, pagare le utenze, mandare i figli a scuola, ecc.) varia in relazione al reddito disponibile. La metà delle famiglie che hanno un reddito mensile netto fino a 1.500 euro al mese, ha consumi inferiori alle necessità reali e in analoga condizione si trova una famiglia su quattro nella fascia che va tra i 1.500 e i 2.500 euro al mese.
Una dinamica che si accentua se si considera l’ampiezza del nucleo familiare: la quasi totalità delle famiglie con due o più persone a carico e con un reddito fino a 1.500 euro al mese non riesce a soddisfare bisogni considerati primari.
Nel complesso il 43% delle famiglie giudica scarse o assolutamente insufficienti le risorse economiche della famiglia e il 39% dichiara di non riuscire a far fronte a spese impreviste.

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DUE FAMIGLIE SU TRE CERCANO SU INTERNET DOVE ACQUISTARE
Il 30% delle famiglie verifica prima su internet i migliori prezzi di vendita dei prodotti alimentari che andrà ad acquistare, percentuale che sale al 63% quando si tratta di generi non-alimentari. Internet, quindi, non è soltanto un canale importante e fortemente in crescita per quanto riguarda la commercializzazione diretta di beni e servizi, ma rappresenta, attualmente, anche la principale bussola di orientamento delle famiglie italiane sui mercati tradizionali.

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L’80% DELLE FAMIGLIE PIANIFICA GLI ACQUISTI SUI PRODOTTI IN OFFERTA
L’80% delle famiglie, nel corso dell’anno ha pianificato gli acquisti nei periodi in cui i prodotti erano in offerta o in saldo, per un controvalore di circa 153 miliardi di euro, equivalente al 15% della spesa delle famiglie residenti in Italia.
Il 18% delle famiglie ha acquistato beni e servizi su internet, mentre il 7% ha acquistato prodotti usati da operatori economici o da privati per un controvalore pari a circa 12 miliardi di euro, cioè l’1,2% della spesa complessiva delle famiglie italiane. In particolare, la percentuale di famiglie che, nel corso dell’anno, si è rivolta al mercato dell’usato acquistando beni direttamente dai privati (escludendo alcuni beni di largo consumo come gli autoveicoli e non considerando il valore di eventuali permute) è pari al 2%, per un controvalore di circa 6 miliardi di euro.

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La maggiore attenzione al valore della spesa e ai singoli prodotti si riflette in strategie di acquisto che non riguardano soltanto quando acquistare (per esempio nel periodo dei saldi o in presenza di offerte commerciali particolarmente convenienti) ma anche dove acquistare, delineando un processo di consumi che si è fatto progressivamente più articolato e complesso.
Per quanto riguarda la spesa alimentare il 64% delle famiglie predilige la grande distribuzione mentre il 29% il piccolo negozio, con significative differenze secondo il tipo di prodotto. Per le produzioni a carattere industriale le famiglie si orientano in maniera ancora più consistente verso la grande distribuzione mentre i piccoli negozi conquistano quote maggiori di consumatori quando si tratta di prodotti di alta qualità o a carattere artigianale.
Analoga dinamica si registra anche per quanto riguarda i prodotti per la pulizia della casa e l’igiene personale. I detersivi, i saponi, il bagnoschiuma, si preferisce acquistarli prevalentemente al supermercato, mentre la percentuale di quanti scelgono il piccolo esercizio cresce se si parla di prodotti di qualità superiore, come per esempio il profumo di marca o il prodotto specifico per il corpo.
Il piccolo negozio di fiducia è preferito al centro commerciale per l’acquisto di abbigliamento, calzature o biancheria per la casa. Il comportamento cambia, però, in modo significativo in relazione all’età. Mentre i più giovani prediligono il centro commerciale, nelle fasce d’età più elevate prevale il piccolo esercizio. Per l’acquisto di smartphone, prodotti di elettronica in generale e per l’arredo, la quota prevalente di consumatori (45%) si rivolge al negozio specializzato, mentre al secondo posto si colloca l’e-commerce con il 22% di preferenze.

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IL 29% DELLE FAMIGLIE HA CAMBIATO “CULTURA DI CONSUMO”
Se avessero maggiori disponibilità economiche, il 19% delle famiglie, oggi, migliorerebbe la qualità dei prodotti che acquista, il 19% aumenterebbe soprattutto la quantità mentre il 34% alzerebbe sia il livello qualitativo che quantitativo dei propri consumi.
Il 29% delle famiglie, invece, non cambierebbe il modo di consumare e le strategie di acquisto adottate in questi in questi anni. Ne sono convinte in particolare il 32% delle famiglie del Nord- Ovest, il 31% delle famiglie del Nord-est, mentre sotto la media si collocano le famiglie del centro e del mezzogiorno con il 26%. Ancora più interessante è notare che questa nuova cultura di consumo si sta affermando nei ceti medi (39%) mentre le fasce di popolazione più povere si collocano molto al di sotto, poiché lo stimolo, inevitabilmente, è a compensare i deficit attuali.
Ciò lascia presupporre, a livello teorico, che la spinta alla crescita proveniente dal versante della domanda interna (e specificatamente dal lato dei consumi) potrebbe arrivare più dai ceti bassi (già portati a convertire in consumi una quota maggiore del proprio reddito) se stimolati da adeguate politiche di crescita dei redditi, piuttosto che da quelli medi o alti, che potrebbero offrire, invece, un contributo alla crescita inferiore alle attese, proprio in funzione della nuova cultura di consumo.

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IL 55% VORREBBE L’ORARIO CONTINUATO PER GLI ESERCIZI COMMERCIALI
La maggioranza degli intervistati vorrebbe che i negozi fossero aperti con orario continuato dalle 8-9 del mattino fino alle 20-21 della sera, l’apertura di 24 ore è scelta, invece, solo dal 15%. L’orario d’apertura continuato prevale abbastanza nettamente in tutte le aree geografiche, escluso il mezzogiorno dove la percentuale di quanti vorrebbero la pausa pranzo, è più alta della media: 41% contro il 30% della media nazionale.
Il campione d’intervistati si divide, invece, sui giorni d’apertura: 6 giorni su 7 per il 47% del campione e negozi aperti tutti i giorni per il 45%. Interessante, anche in questo caso, l’articolazione per area geografica: l’apertura dei negozi 7 giorni su 7 è più alta della media nel centro Italia (52%) e nel mezzogiorno (48%), decisamente più bassa nel nord-est, mentre il nord- ovest si attesta sulla media nazionale (45%).
L’esigenza di rispondere al mercato ma senza comprimere i diritti dei lavoratori prevale nettamente e senza sfumature significative: il 93% ritiene, infatti, che i lavoratori debbano essere tutelati sia rispetto alle retribuzioni che alla disponibilità di tempo libero dal lavoro.

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DAI VULNERABILI AI BENESTANTI: IL NUOVO PROFILO DEI CONSUMATORI
Per individuare le caratteristiche principali delle famiglie italiane e per analizzare come si contraddistinguono tra di loro attraverso i comportamenti sul consumo, è stata effettuata una segmentazione suddividendo il campione di riferimento in gruppi omogenei per caratteristiche socio-economiche (utilizzando il metodo della cluster analysis). Dai risultati dell’analisi emergono 4 tipologie di consumatori:

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I MEDIANI (41% della popolazione adulta – 20,7 milioni di persone)
Rappresentano i consumatori del ceto medio. Negli ultimi anni hanno ridotto sia la qualità che la quantità dei tradizionali standard di consumo. Si tratta prevalentemente di lavoratori dipendenti, con un titolo di studio medio-alto, che si collocano nella fascia d’età tra i 35 e i 55 anni. Il reddito medio è tra 1.000 e 2.000 euro netti al mese.

I VULNERABILI (28% della popolazione adulta – 14,3 milioni di persone)
Rappresentano le fasce più deboli ed esposte. Hanno un reddito pro-capite inferiore a 1.000 euro mensili. Molto attenti ai prezzi, adottano innovative strategie d’acquisto. Prevalentemente pensionati e disoccupati, si collocano soprattutto nella fascia sopra i 45 anni e hanno un titolo di studio medio-basso. Il reddito medio è inferiore a 1.000 euro. Acquistano maggiormente nei discount.

I DELUSI (18% della popolazione adulta – 9 milioni di persone)
Delusi dalla propria condizione personale, provenienti da una borghesia che si è impoverita con la crisi o di un ascensore sociale che si è bloccato ai piani inferiori delle loro aspettative. Non rinunciano al capo firmato ma risparmiano sui consumi alimentari. Si tratta nella maggiornza di lavoratori dipendenti e autonomi, con un titolo di studio medio alto. Hanno ridotto la quantità ma non la qualità dei loro consumi. Acquistano prevalentemente prodotti in saldo, negli outlet e su internet. Hanno un’età compresa tra i 25 e i 45 anni. Il reddito medio è tra i 1.500 e i 3.000 euro al mese.

I BENESTANTI (13% della popolazione adulta – 6,6 milioni di persone)
Come indica il nome, rappresentano la classe più agiata dal punto di vista economico. Hanno consumi superiori alla media. Professionisti, imprenditori, dirigenti, hanno un titolo di studio alto e redditi molto superiori alla media (oltre 3.500 euro al mese). Si collocano prevalentemente nella fascia 45-70 anni.

NOTA METODOLOGICA
La ricerca è stata realizzata da Tecnè e dalla Fondazione Di Vittorio per conto della Filcams-CGIL. L’indagine si basa su 4.000 interviste effettuate tra il 4 ottobre e l’11 novembre 2015 con metodo c.a.t.i. Il campione utilizzato è rappresentativo della popolazione maggiorenne articolato per sesso, età ed area geografica. I dati sono stati successivamente ponderati per essere rappresentativi delle famiglie italiane residenti sul territorio nazionale. Il margine di errore, relativo all’intera popolazione presa in esame, è massimo +/- 1,5% con un livello di confidenza pari al 95%. Le percentuali sono presentate, per semplicità di lettura, con arrotondamenti senza decimali. Ciò comporta che, in alcuni casi, per via degli arrotondamenti, la somma possa essere diversa da 100%. Le stime relative alle serie storiche della spesa delle famiglie sono elaborazioni Tecnè su dati Istat fino al 2014 mentre per il 2015 le stime sono state effettuate da Tecnè in base ai risultati della rilevazione diretta e sono, quindi, soggette all’errore campionario.

 

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