Abolizione delle misure anti-dumping verso la Cina: quali effetti? | T-Mag | il magazine di Tecnè

Abolizione delle misure anti-dumping verso la Cina: quali effetti?

cinaIl Parlamento europeo ha approvato una risoluzione (non vincolante) che chiede alla Commissione europea di non riconoscere alla Cina lo status di economia di mercato. Secondo i parlamentari europei, quella cinese non è un’economia di mercato in quanto non rispetta i cinque parametri per essere considerata tale. Ad esempio, contrariamente a quanto accade in una reale “economia di mercato”, dove sono le imprese a farsi carico dei costi di investimento e di produzione, in Cina lo Stato controlla e sostiene direttamente le aziende attive in settori strategici (siderurgico, minerario, energetico…).
Un aspetto di cui, secondo il Parlamento europeo, Bruxelles dovrà (necessariamente) tenere conto quando, entro la fine del 2016, dovrà decidere se riconoscere o meno lo status di economia di mercato alla Cina. Come previsto dagli accordi stipulati con Pechino al momento del suo ingresso nell’Organizzazione mondiale del Commercio (WTO) avvenuto nel 2001.
Riconoscendo alla Cina lo status di economia di mercato, Bruxelles dovrà abolire le numerose misure anti-dumping (concorrenza sleale) ancora in vigore e che tutelano le imprese europee dalle merci prodotte dalle concorrenti cinesi, che risultano più competitive perché sostenute in modo più o meno rilevante dall’intervento statale.
Attualmente i prodotti cinesi su cui l’Unione europea ha imposto dazi doganali sono 52. Mentre la ceramica, la chimica, la siderurgia, i pannelli solari e i biocarburanti sono i settori più esposti alla concorrenza cinese.
Pur riguardando una percentuale molto esigua dei prodotti esportate dalla Cina nell’Unione europea – Bruxelles sostiene che i dazi anti-dumping sono applicati soltanto all’1,3% delle merci cinesi importate –, una loro eventuale rimozione avrebbe un impatto significativo sui Paesi dell’UE e in particolare sull’Italia. Stando ad un’analisi della Commissione europea, il 79% dei posti di lavoro tutelati dalle misure anti-dumping – 234 mila, che salgono a circa 350 mila considerando anche l’indotto – sono in Francia (5%), Germania (24%), Italia (28%), Portogallo (5%), Spagna (12%) e Polonia (5%).
Le stime della Commissione europea non coincidono con quelle contenute in un rapporto dell’Economic Policy Institute. Secondo cui un’eventuale abolizione delle misure anti-dumping verso la Cina metterebbe a rischio tra gli 1,7 e i 3,5 milioni di posti di lavoro nei prossimi cinque anni. Solo in Italia gli occupati, che rischierebbero di perdere l’impiego, sono compresi tra le 208.100 e le 416.200 unità.

 

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